la possibilità

armi da vista

8 maggio

Ho una pistola, perché in tutte le storie ce n’è una.
Nel bene o nel male, la sua presenza è risolutiva. E a chi non piacciono le soluzioni?

Le pistole guardano lontano, sanno andare dritte al cuore.
Sono loro che ti fanno sobbalzare, ti fanno implorare di vivere, ti fanno urlare.
Sono l’atteso punto e a capo dopo un lungo discorso sconnesso.
Sono loro che, esplodendo, creano il silenzio più assoluto che tu possa immaginare.

Hitchcock diceva che se in una scena viene inquadrata una pistola, prima o poi sparerà. Se ne potrebbe dedurre che le pistole non amino essere inquadrate, che preferiscano rimanere nel chiuso dei cassetti. Ma sono quelle le pistole davvero temibili: quelle sotto chiave, o sotto il letto, di cui tutti gli altri ignorano l’esistenza, pronte a venire in nostro aiuto con muta devozione.

Scoprire una pistola nel cassetto è sempre spiacevole, diciamo la verità. La sua comparsa è un colpo a salve che ti sembra di morire. Il padrone giura che non l’avrebbe mai usata, poi uno scatto, la impugna e fa fuoco.

La mia pistola allora la metto qui, perché tutti la vedano, tutti sappiano.
Lei spara alle cose che vedo in giro: macchia la pagina del loro sangue nero.
Si direbbe che non ho occhi che per lei.

/ cose

Questo è l’ufficio di un flâneur, non so se ne hai mai visto uno.

Da quella piantina mi guardo andare a zonzo, goccia di pioggia che disegna zig-zag contro un vetro. Quanto piccola sembra la città qui dentro, quanto sembra grande.

In quell’archivio trovi tutte le eccezioni, in fila per nome, classe e fattispecie.
Tutte, sì, perché non è possibile ce ne siano altre, mi ripeto armeggiando con l’ultima arrivata.

Cerchi il cestino dei rifiuti? Ce n’è uno per gli assensi. Anche loro – propositi traditi, proposte tramortite, passioni travisate – fanno spesso una brutta fine accartocciata, che insegna a saper rifiutare.

Scrivo con penne che spiccano il volo. Ecco perché perlustro strade, piazze, luoghi pubblici e privati in cerca di parole pesanti e punti fermi, inchiostro denso che rimanga attaccato alla pagina, che mi faccia compagnia sullo scaffale.

Nel mio ufficio traballante regna un ordine maniacale. Nulla viene lasciato al caso, perché il caso si è già preso tutto il resto.

/ città / inventari

“Seguimi, so la strada” – dicevo.

Era falso, ma non mentivo. La strada che avevo in mente era quella bianca e gialla, col nome scritto sopra, che passava attraverso blocchi di uniforme grigio chiaro. Era quel centro città immaginario che portavo ripiegato in tasca: senza passanti, senza vetrine, ma soprattutto senza te. Una strada vergine di passi e di esitazioni.

All’inizio tutto mi sembrava così chiaro. Inutile controllare la mappa, bastava mantenere la giusta direzione. E parlavamo, scambiandoci battute a passo sostenuto, deviando di tanto in tanto, distratti da uno scorcio curioso, o dal capriccio di un incrocio.

Le strade principali spingevano in linea retta gli innumerevoli passeggiare, per riprendere poi fiato nelle piazze. Lì parlavamo poco, il brusio attorno diceva già troppo. Riprendevo allora il discorso nelle strade laterali, davanti alla ipsilon dei bivii, nei sottoquartieri irregolari, sfuggiti al fascismo ortogonale della pianificazione.

A volte però qualcosa non tornava, e rimanevamo muti. Passando per la terza volta davanti allo stesso ristorante, ero ormai sicuro di aver perso il filo. Mi avevi seguito ciecamente, senza avere idea di dove stessimo andando, forse senza alcuna intenzione di raggiungere alcunché.

Cercavo di guidarti in una città che io stesso non conoscevo, forte del fatto che se esiste una mappa, esiste un punto di vista a volo d’uccello, nel quale non siamo altro che due teste impegnate nel loro percorso. Esiste forse anche una via di fuga, che ti è sempre sfuggita, e di quella andavo ragionando assieme a te.

/ città / incontri / viaggi

Quante sono le persone? A contarle, vorrei provare.

Ci sono gli amici dell’università, gli amici degli amici dell’università, quelli con cui hai diviso la casa, quelli con cui loro hanno diviso la casa, quelli visti durante una festa, alla fine di un concerto, in un bar. Prima di loro gli amici del liceo, dopo di loro i colleghi di lavoro. E i loro amici, e il loro lungo strascico di incontri fortuiti.

Ci sono amici che non dimenticherai mai, e quelli che, dicevi qualche anno fa, non avresti mai dimenticato. Ci sono le mani che hai stretto, molte delle quali non erano nemmeno persone, ma solo palmi e dita e sguardi durati quanto la pronuncia del tuo nome.

Ci sono i parenti. Di alcuni di loro rimane solo un nome, un’espressione del viso, la loro incerta posizione in un diagramma genealogico. Ci sono i famigliari, anche quelli che non ci sono più.

Ci sono gli amori passati, e quelli mancati. Persone più grandi, a volte enormi, da schiacciare le altre fuori dalla visuale. Facili da contare: i loro nomi compaiono a volte sulla superficie di uno specchio, o sul fondo di un bicchiere di vino.

Ci sono le persone conosciute durante le vacanze, quelle con cui hai giocato in spiaggia, quelle che hanno servito al tuo tavolo. C’è Gaetano, il bagnino scuro e rugoso come terra siccitosa, che per impressionarmi mostrava il palmo della mano destra, il cerchio perfetto scavato a forza di piantare ombrelloni nella sabbia.

Ci sono frotte di friends, followers, neighbours: non vere e proprie persone, quanto promesse di persone, impacchettate dentro un nome fantasioso e una minuscola foto. Grumi di opinioni e schegge di conversazioni, che possono inaspettatamente trasformarsi in respiri e tintinnare di bicchieri.

Ci sono i tuoi compagni di vagone, o di volo: come attori su un palcoscenico, personaggi da amare o da odiare, ma che quasi certamente non rivedrai mai più.
Ci sono i passanti che rivedi per caso una seconda volta, e già diventano persone.
C’è il fioraio pakistano, il cassiere pelato lentissimo, il postino che saluta di spalle.

Ora capisco: è impossibile contare le persone. Le persone vanno e vengono, chiudono le porte, le aprono. Si moltiplicano nel tempo di una serata, vengono decimate nel corso di un trasloco. Muoiono, persino.

Ecco, provo ora a ricontarle.
Uno, ci sei tu.

/ inventari / radici

la mia rivoluzione

23 gennaio

Ci sveglieremo intonando quella canzone che avevamo in testa prima di addormentarci.

Guarderemo l’intonaco approssimativo delle nostre case, gli scarabocchi disegnati nervosamente dal tempo e dall’umidità per mitigare forse la paura di vederci fuggire. Quella macchia sembra l’Africa: guarda, c’è anche il Madagascar.

Prenderemo uno, due caffè. Il tuo saprà un po’ di gomma, ma poco importa: butterai la caffettiera, ma senza ira. Mangeremo focaccine con l’uvetta impastate con le nostre mani e appena sfornate, perché la rivoluzione ci renderà padroni di ciò che mangiamo, di ciò che annusiamo, e di ciò che scalderà le nostre mani.

Ci daremo per dispersi con chi, quel mattino, si sarà svegliato aspettandosi di vivere un giorno come un altro, ma anche con chi avrà messo la rivoluzione tra le cose da fare, illudendosi così di cancellarla dalle cose a cui pensare.

Prepareremo una, due valigie. Ci riprenderemo i nostri soldi, ritireremo dalle banche tutto ciò che abbiamo. Qualunque cosa sia rimasta, la dimenticheremo, per essere sicuri di non averla più.

Rideremo, per reazione meccanica all’aria nuova che ci inonderà i polmoni.
Scapperemo, insieme, anche se non fianco a fianco.

Il giorno della rivoluzione non arriverà quando ne avrai la voglia e la forza, ma quando non ne avrai più: quando avrai capito che non c’è più tempo per tutto il resto, quando ti sembrerà l’unica possibile fuga.

E allora le parole che pensavi di aver perso saranno tutte là: non – dimenticate – in un diverso posto, ma – inattese – in un diverso tempo.

/ caos / giorni

l’anno, il nuovo

1 gennaio

Sono ripartito in treno quando l’alba era già terminata, senza permettere al sonno di interrompere il filo del discorso che mi ha trascinato nell’anno nuovo.

Ho visto la città riprendere vita sotto i cocci di vetro, e illuminarsi di una illusoria luce di novità. La cosa più nuova, in realtà, sono forse i miei propositi. Ma persino questi direi che ricalcano in buona parte quelli dell’anno passato, forse con un goccio di determinazione, una virgola di preparazione e un tremito di disperazione in più.

Di sicuro sono nuovi i miei ricordi: freschi e ancora umidicci di pioggia e sudore. Durante la cena le urla, gli applausi compulsivi, le battute becere in caduta libera tra quelle sagaci, e le parole dette sottovoce, per ostinato vizio alla complicità. Noi quattro abbracciati a cerchio come facevamo ai tempi dell’università, diventando poi sei, poi dieci e passa nel corso della serata. Lo scomporsi e il ricomporsi della comitiva nel pellegrinaggio tra viuzze e locali. Lo spagnolo che attacca bottone a fine serata parlando di nubi, per poi tentare di baciarmi. Il mare all’alba, talmente opaco ma con un colore talmente intenso da sembrare scolpito in pietra turchese.

Nel frattempo i vecchi rancori, i passati errori, i trascorsi dolori, mi sono sembrati solo parole messe in rima per nobilitare avanzi di passato. Tutto chiuso in barattoli separati, che dovremo certamente riaprire, ma per pigrizia eviteremo di farlo fino all’ultimo.

Ho fatto il pieno di energie nuove, quindi, ed è solo per comodità se le chiamerò “duemilaedieci”.

/ incontri / memoria / viaggi

Cinquantotto, cinquantanove, sessanta.

Sbatto la schiena a terra dopo l’ultimo piegamento, fisso il soffitto con la bocca spalancata che vorrebbe divorare l’intera stanza. Negli occhi piccoli lampi di luce: forse sinapsi che esplodono, cancellando passaggi di sillogismi che davo per scontati.

Dimentico di me nel conteggio di flessioni e trazioni: tutto diventa numero e ripetizione. Mi dimentico e mi ritrovo, con nuova consapevolezza, come se fino ad allora mi fossi sempre ingannato. Ricordo così di essere pura carne, e sangue e ossa e giunture, e che tutto è sempre stato numero, e sempre sarà ripetizione.

Il cuore fa da motore e nulla più: non oggetto di vacue discussioni romantiche, non pompa di emozioni debordanti, non sasso che stringe in gola, non sagoma da segnare su vetri appannati.

(Non mi tormentare, da bravo, fa’ solo il tuo lavoro: fa’ che la mia, e la tua unica preoccupazione, sia solamente la manutenzione del corpo.)

/ numeri

piccole cicatrici

24 novembre

Guardandomi le mani ho ritrovato tutte le cicatrici, vecchie e nuove, che periodicamente mi ricordano piccoli dolori passati: gesti sbagliati rimasti scritti sulla pelle per qualche giorno, o per sempre.

Questa linea rossa sottile e crostosa lungo l’anulare sinistro, ancora fresca di unghia di gatto, mi ricorda: certe cose si fanno per gioco, ma le loro conseguenze sono molto reali.

Questo segno a V, lembo di pelle scoperchiata, sulla nocca del pollice destro significa: non cercare con troppa insistenza di piegare alla tua volontà le cose – specie se hanno bordi sottili di alluminio – o le cose cercheranno di piegare te.

Questo cerchietto liscio, sul polso, ammonisce: non reagire subito al fastidio – anche se è insopportabile quanto il prurito della varicella – o commetterai qualcosa che ti segnerà per sempre.

Se non solo i gesti, ma anche le parole avventate lasciassero segni sul corpo, avremmo le labbra tempestate da piccoli tagli, macchie attorno al mento, suture a bordo lingua: ognuno a ricordarci che certe parole e certe frasi, per nostra ingenuità o per la semplice natura perversa delle situazioni, ci possono tornare contro, lasciandoci un dolore breve ma intenso, e un marchio duraturo.

Purtroppo, però, questo dolore non lascia alcun segno visibile sulla nostra pelle: nulla ci ammonisce a non ripetere, mille e mille volte, le stesse stupide parole.

/ memoria / parole

cartolina

5 novembre

Nessuno spedisce più cartoline. Non ha più senso.
Le viste ritratte sul fronte: già viste tutte. Le parole lette sul retro: già dette altrove.

Le cartoline, allora, hanno smesso di arrivare. Credo l’abbiano fatto per protesta, per sottrarsi alle sventagliate rapide da un lato all’altro di chi si chiede chi cosa e dove, alle sopracciglia inarcate con sufficienza di chi le impila in fretta sopra le altre, al gusto macabro di chi le infilza sbilenche ad una bacheca di sughero.

Non abbiamo tempo per mandarne, e per circolo vizioso non abbiamo più speranza che ce ne arrivino: probabilmente quelle ancora inesitate sono andate tutte perse quando abbiamo perso l’abitudine di scriverle.

Ora però te ne vorrei scrivere una.
In foto c’è il tratto di strada in cui abito, inquadrato nel punto in cui  un albero ha ceduto, qualche temporale fa: un mozzo di tronco, perimetrato alla meno peggio con qualche striscia di nastro stradale rosso e bianco.
Sul retro c’è questo messaggio, senza nome in fondo. La mia firma sarà il mio stampatello che parte per la tangente.

Scrivo infine il c.a.p. giusto, ma l’indirizzo sbagliato.
Come ti ho appena detto, non ha più senso mandarsi cartoline, e la mia non la troverai in buca: girando senza meta per il quartiere, sarà lei a trovare te.

/ cose / viaggi

le ultime cose

20 ottobre

Cresce di giorno in giorno la mia intolleranza per le cose.

Le cose si accumulano nelle case: sono il cibo di una fame che non le consuma.

Prendono rapidamente il posto di aspirazioni, voglie, paure. Col loro respiro immobile rubano l’ossigeno che dovrebbe farci correre, e lo trasformano nella polvere della quale si cospargono, e dalla quale tentiamo inutilmente di salvarli.

Sembrano immortali, ma invecchiano molto prima di noi, e molto prima ci fanno invecchiare, ricordandoci aspirazioni, voglie, paure – passate, mai consumate.

Questo minuscolo cactus l’ho pagato meno di 1 euro. È stata una piccola simbolica concessione al fascino delle cose. Quando l’ho preso immaginavo piccoli vasetti di cactus in lunga fila, o un vaso unico per tutti. Ma ha vinto la mia intolleranza: è rimasto solo.

Che tristezza, direte voi. Ma così c’è più spazio per la mia immaginazione. Ho salvato tanti suoi simili dallo scempio che ne avrei fatto al prossimo trasloco.
E in fin dei conti ho più ossigeno, e ancora tanta voglia di correre.

/ cose