la possibilità

la mia rivoluzione

23 gennaio

Ci sveglieremo intonando quella canzone che avevamo in testa prima di addormentarci.

Guarderemo l’intonaco approssimativo delle nostre case, gli scarabocchi disegnati nervosamente dal tempo e dall’umidità per mitigare forse la paura di vederci fuggire. Quella macchia sembra l’Africa: guarda, c’è anche il Madagascar.

Prenderemo uno, due caffè. Il tuo saprà un po’ di gomma, ma poco importa: butterai la caffettiera, ma senza ira. Mangeremo focaccine con l’uvetta impastate con le nostre mani e appena sfornate, perché la rivoluzione ci renderà padroni di ciò che mangiamo, di ciò che annusiamo, e di ciò che scalderà le nostre mani.

Ci daremo per dispersi con chi, quel mattino, si sarà svegliato aspettandosi di vivere un giorno come un altro, ma anche con chi avrà messo la rivoluzione tra le cose da fare, illudendosi così di cancellarla dalle cose a cui pensare.

Prepareremo una, due valigie. Ci riprenderemo i nostri soldi, ritireremo dalle banche tutto ciò che abbiamo. Qualunque cosa sia rimasta, la dimenticheremo, per essere sicuri di non averla più.

Rideremo, per reazione meccanica all’aria nuova che ci inonderà i polmoni.
Scapperemo, insieme, anche se non fianco a fianco.

Il giorno della rivoluzione non arriverà quando ne avrai la voglia e la forza, ma quando non ne avrai più: quando avrai capito che non c’è più tempo per tutto il resto, quando ti sembrerà l’unica possibile fuga.

E allora le parole che pensavi di aver perso saranno tutte là: non – dimenticate – in un diverso posto, ma – inattese – in un diverso tempo.

/ caos / giorni

l’anno, il nuovo

1 gennaio

Sono ripartito in treno quando l’alba era già terminata, senza permettere al sonno di interrompere il filo del discorso che mi ha trascinato nell’anno nuovo.

Ho visto la città riprendere vita sotto i cocci di vetro, e illuminarsi di una illusoria luce di novità. La cosa più nuova, in realtà, sono forse i miei propositi. Ma persino questi direi che ricalcano in buona parte quelli dell’anno passato, forse con un goccio di determinazione, una virgola di preparazione e un tremito di disperazione in più.

Di sicuro sono nuovi i miei ricordi: freschi e ancora umidicci di pioggia e sudore. Durante la cena le urla, gli applausi compulsivi, le battute becere in caduta libera tra quelle sagaci, e le parole dette sottovoce, per ostinato vizio alla complicità. Noi quattro abbracciati a cerchio come facevamo ai tempi dell’università, diventando poi sei, poi dieci e passa nel corso della serata. Lo scomporsi e il ricomporsi della comitiva nel pellegrinaggio tra viuzze e locali. Lo spagnolo che attacca bottone a fine serata parlando di nubi, per poi tentare di baciarmi. Il mare all’alba, talmente opaco ma con un colore talmente intenso da sembrare scolpito in pietra turchese.

Nel frattempo i vecchi rancori, i passati errori, i trascorsi dolori, mi sono sembrati solo parole messe in rima per nobilitare avanzi di passato. Tutto chiuso in barattoli separati, che dovremo certamente riaprire, ma per pigrizia eviteremo di farlo fino all’ultimo.

Ho fatto il pieno di energie nuove, quindi, ed è solo per comodità se le chiamerò “duemilaedieci”.

/ incontri / memoria / viaggi

Cinquantotto, cinquantanove, sessanta.

Sbatto la schiena a terra dopo l’ultimo piegamento, fisso il soffitto con la bocca spalancata che vorrebbe divorare l’intera stanza. Negli occhi piccoli lampi di luce: forse sinapsi che esplodono, cancellando passaggi di sillogismi che davo per scontati.

Dimentico di me nel conteggio di flessioni e trazioni: tutto diventa numero e ripetizione. Mi dimentico e mi ritrovo, con nuova consapevolezza, come se fino ad allora mi fossi sempre ingannato. Ricordo così di essere pura carne, e sangue e ossa e giunture, e che tutto è sempre stato numero, e sempre sarà ripetizione.

Il cuore fa da motore e nulla più: non oggetto di vacue discussioni romantiche, non pompa di emozioni debordanti, non sasso che stringe in gola, non sagoma da segnare su vetri appannati.

(Non mi tormentare, da bravo, fa’ solo il tuo lavoro: fa’ che la mia, e la tua unica preoccupazione, sia solamente la manutenzione del corpo.)

/ numeri

piccole cicatrici

24 novembre

Guardandomi le mani ho ritrovato tutte le cicatrici, vecchie e nuove, che periodicamente mi ricordano piccoli dolori passati: gesti sbagliati rimasti scritti sulla pelle per qualche giorno, o per sempre.

Questa linea rossa sottile e crostosa lungo l’anulare sinistro, ancora fresca di unghia di gatto, mi ricorda: certe cose si fanno per gioco, ma le loro conseguenze sono molto reali.

Questo segno a V, lembo di pelle scoperchiata, sulla nocca del pollice destro significa: non cercare con troppa insistenza di piegare alla tua volontà le cose – specie se hanno bordi sottili di alluminio – o le cose cercheranno di piegare te.

Questo cerchietto liscio, sul polso, ammonisce: non reagire subito al fastidio – anche se è insopportabile quanto il prurito della varicella – o commetterai qualcosa che ti segnerà per sempre.

Se non solo i gesti, ma anche le parole avventate lasciassero segni sul corpo, avremmo le labbra tempestate da piccoli tagli, macchie attorno al mento, suture a bordo lingua: ognuno a ricordarci che certe parole e certe frasi, per nostra ingenuità o per la semplice natura perversa delle situazioni, ci possono tornare contro, lasciandoci un dolore breve ma intenso, e un marchio duraturo.

Purtroppo, però, questo dolore non lascia alcun segno visibile sulla nostra pelle: nulla ci ammonisce a non ripetere, mille e mille volte, le stesse stupide parole.

/ memoria / parole

cartolina

5 novembre

Nessuno spedisce più cartoline. Non ha più senso.
Le viste ritratte sul fronte: già viste tutte. Le parole lette sul retro: già dette altrove.

Le cartoline, allora, hanno smesso di arrivare. Credo l’abbiano fatto per protesta, per sottrarsi alle sventagliate rapide da un lato all’altro di chi si chiede chi cosa e dove, alle sopracciglia inarcate con sufficienza di chi le impila in fretta sopra le altre, al gusto macabro di chi le infilza sbilenche ad una bacheca di sughero.

Non abbiamo tempo per mandarne, e per circolo vizioso non abbiamo più speranza che ce ne arrivino: probabilmente quelle ancora inesitate sono andate tutte perse quando abbiamo perso l’abitudine di scriverle.

Ora però te ne vorrei scrivere una.
In foto c’è il tratto di strada in cui abito, inquadrato nel punto in cui  un albero ha ceduto, qualche temporale fa: un mozzo di tronco, perimetrato alla meno peggio con qualche striscia di nastro stradale rosso e bianco.
Sul retro c’è questo messaggio, senza nome in fondo. La mia firma sarà il mio stampatello che parte per la tangente.

Scrivo infine il c.a.p. giusto, ma l’indirizzo sbagliato.
Come ti ho appena detto, non ha più senso mandarsi cartoline, e la mia non la troverai in buca: girando senza meta per il quartiere, sarà lei a trovare te.

/ cose / viaggi

le ultime cose

20 ottobre

Cresce di giorno in giorno la mia intolleranza per le cose.

Le cose si accumulano nelle case: sono il cibo di una fame che non le consuma.

Prendono rapidamente il posto di aspirazioni, voglie, paure. Col loro respiro immobile rubano l’ossigeno che dovrebbe farci correre, e lo trasformano nella polvere della quale si cospargono, e dalla quale tentiamo inutilmente di salvarli.

Sembrano immortali, ma invecchiano molto prima di noi, e molto prima ci fanno invecchiare, ricordandoci aspirazioni, voglie, paure – passate, mai consumate.

Questo minuscolo cactus l’ho pagato meno di 1 euro. È stata una piccola simbolica concessione al fascino delle cose. Quando l’ho preso immaginavo piccoli vasetti di cactus in lunga fila, o un vaso unico per tutti. Ma ha vinto la mia intolleranza: è rimasto solo.

Che tristezza, direte voi. Ma così c’è più spazio per la mia immaginazione. Ho salvato tanti suoi simili dallo scempio che ne avrei fatto al prossimo trasloco.
E in fin dei conti ho più ossigeno, e ancora tanta voglia di correre.

/ cose

contabilità

13 settembre

Guarda papà, ho trovato una tua busta paga del settembre 1968:
diarie viaggi di servizio: 11.380 lire / ore straordinario festivo: 6.200 lire / contributi sindacali: -670 lire

E l’agenda su cui appuntavi le spese di ogni giorno:
8 giugno: Gasolio (20) + Pane (3.20) + Spaghetti (1.60)

Ecco un pomeriggio tra le bancarelle, poche settimane fa:
16 agosto: Nocelline [sic] + Castagne: 3.50 euro

Le schedine vuote per il superenalotto, religiosamente conservate nel fodero della tabaccheria. Rate di mutui estinti, bollette pagate, rimborsi irpef, analisi del sangue. Nuoto tra le scartoffie che hai conservato per anni, da quelle scritte a macchina, su carte ingiallite e friabili, macchiate da timbri sfuocati, a quelle di pochi giorni fa, dai bordi minacciosi che tagliano le dita.

Vorrei sapere il codice PIN del tuo bancomat, trovare il numero per sbloccare il tuo cellulare, capire se questo lavoro ti è stato pagato o meno, scoprire forse debiti taciuti per orgoglio.

Se l’altro ieri ti avessi telefonato, magari alle nove di mattina, avrei potuto tranquillamente ricevere queste informazioni dalla tua voce serena e accomodante. Ti avrei ringraziato, mi avresti ricordato di chiamarvi più spesso, ci saremmo salutati.

Ma allora non avevo ancora alcun bisogno di tutte queste informazioni. Né potevo avere una speciale fretta di salutarti. Mi sentivo ancora leggero.

Non potevo immaginare che te ne saresti andato di lì a poco, con uno schiocco di dita, trascinandoti dietro ricordi, impegni e numeri privati, e lasciando qui a terra i nostri volti contratti, e un mucchio di insopportabile contabilità.

(a mio padre, 21.07.39 – 11.09.09)

/ inventari / memoria / radici

sirene

21 agosto

Quello che non capisco è perché provate imbarazzo per la vostra coda. È solo grazie a lei se riuscite ad abbandonare di tanto in tanto la terraferma, per entrare nel vostro mondo liquido, leggero, capovolto.

Quando invece tornate in questo – il mio maledetto mondo in cui la gravità si prende gioco di ogni cosa – se solo provo a smascherarvi fingete di non aver mai avuto né coda né pinne, fate casualmente un profondo respiro che testimoni il vostro amore per l’ossigeno allo stato gassoso, e sorridete, imbarazzate, come di fronte alla fantasiosa domanda di un bambino.

So che ci siete. Confessate di saper cantare, ma sempre vi schernite quando vi si chiede di farlo. Scappate con un guizzo, quando vi si tenta di afferrare. Comprendete solo a metà le balorde regole di noi umani. Soffrite, mute, se costrette tra le mura di un acquario. Sapete di mare, ma non lo volete dire.

Anch’io ho un segreto: navigo senza meta, da anni, col pretesto di tornare in una patria puramente ipotetica, ma so che l’unico posto in cui getterei l’ancora è l’isola dalla quale si alza, sommesso, il vostro canto.

/ incontri / isole

non credere

13 agosto

Sono tornato in quel posto di cui ti parlavo poco più di un anno fa.

Appena oltre le ultime case, sotto allo spiazzo in cui fanno il cinema all’aperto, là dove c’è la finanza, c’è quel baretto.
Dalla sua piccola terrazza si domina la caletta, la scuola velica con le schiere di natanti, lo spiazzo in cui atterrano gli elicotteri (ma mai ne ho visti), il canneto che – come ho scoperto – non nasconde solo il cimitero, ma anche un minuscolo sentiero di erba calpestata che lascia entrare nell’area archeologica chi non ha il biglietto.

Il bar è fin troppo semplice. Sull’insegna c’è un gabbiano, naturalmente cartoon, e nel retro un biliardino, scaldato a volte da braccia rissose e precocemente invecchiate dal sole.

Tutto lì è gentilmente fuori moda, e allude a un passato privo di pensieri, che nel frattempo no, non sono ancora arrivati. La proprietaria, i suoi riccioli raccolti e le sue labbra innaturali, hanno l’aria di avere molte storie da raccontare. Forse banali storie di scappatelle estive, molti anni fa, o l’altro ieri.

Quando ero venuto qui per la prima volta, dalle due casse ai lati della terrazza, piccole quanto tutto il resto, veniva la voce di, non so, Mina? Sembrava la replica di una commedia estiva in bianco e nero.

Sorseggiando il mio succo, avevo registrato qualche secondo di quella scena.
Oggi ho finalmente scoperto il titolo di quella canzone: era “non credere”.

/ incontri / isole / memoria / viaggi

incipit (#2)

2 agosto

Saremmo portati a credere che l’autore di queste parole sia una persona.
Le persone provano emozioni, hanno ricordi, sbagliano aggettivi. Le persone viaggiano, e hanno un posto in cui tornare, rannicchiarsi, e trarre una morale da ciò che è passato davanti ai loro occhi.

È mia convinzione, invece, che all’origine di queste parole non ci sia altro che un buco. È lì dentro che, giorno dopo giorno, finiscono ricordi, immagini e sensazioni che non appartengono a nessuno: si accumulano come pioggia e sabbia, si raggrumano, muti e al riparo da ogni sguardo.
Arriva però il momento in cui traboccano: basta un istante perché disegnino una corona di macchie e striature lungo i bordi, guidate dal caso, ma nonostante ciò simmetriche, come quei test di Rorschach usati dagli strizzacervelli.

Sono convinto, dunque, che queste parole siano le tracce di passate esondazioni, decise da lunghi cicli climatici e da istantanei giochi del caso, e offerte alla curiosità e al diletto di chi si trova a passare di qui.

/ caos / parole