Ci sveglieremo intonando quella canzone che avevamo in testa prima di addormentarci.
Guarderemo l’intonaco approssimativo delle nostre case, gli scarabocchi disegnati nervosamente dal tempo e dall’umidità per mitigare forse la paura di vederci fuggire. Quella macchia sembra l’Africa: guarda, c’è anche il Madagascar.
Prenderemo uno, due caffè. Il tuo saprà un po’ di gomma, ma poco importa: butterai la caffettiera, ma senza ira. Mangeremo focaccine con l’uvetta impastate con le nostre mani e appena sfornate, perché la rivoluzione ci renderà padroni di ciò che mangiamo, di ciò che annusiamo, e di ciò che scalderà le nostre mani.
Ci daremo per dispersi con chi, quel mattino, si sarà svegliato aspettandosi di vivere un giorno come un altro, ma anche con chi avrà messo la rivoluzione tra le cose da fare, illudendosi così di cancellarla dalle cose a cui pensare.
Prepareremo una, due valigie. Ci riprenderemo i nostri soldi, ritireremo dalle banche tutto ciò che abbiamo. Qualunque cosa sia rimasta, la dimenticheremo, per essere sicuri di non averla più.
Rideremo, per reazione meccanica all’aria nuova che ci inonderà i polmoni.
Scapperemo, insieme, anche se non fianco a fianco.
Il giorno della rivoluzione non arriverà quando ne avrai la voglia e la forza, ma quando non ne avrai più: quando avrai capito che non c’è più tempo per tutto il resto, quando ti sembrerà l’unica possibile fuga.
E allora le parole che pensavi di aver perso saranno tutte là: non – dimenticate – in un diverso posto, ma – inattese – in un diverso tempo.
che ne pensi?