Sto passando qualche giorno a Roma – per confondere un po’ l’ordine fatto dopo il ritorno dalle vacanze – e l’ho ritrovata più caotica di quanto ricordassi.
Che sia caotica lo sanno, o lo immaginano, tutti: lo capisci guardandola dall’alto, la sua planimetria a piovra, fatta di vuoti, rientranze, periferie attorcigliate. O dal basso, guardando le crepe nei marciapiedi e le buche nell’asfalto. Ad ogni passo hai l’impressione che quella piovra stia premendo per uscire dal sottosuolo.
A volte ha l’aria di un caos creativo, in cui andare a caccia di imprevisti o di stimoli inaspettati. Quasi non te la prendi se l’autista dell’autobus non sa la strada e si volta a chiederla a te. Altre volte sembra che ogni attività – a partire dal più ovvio andare da A a B, in strada o in un ragionamento – sia destinata a fallire, o a deviare il suo corso.
Una città in cui ogni eccezione, a detta dei romani, “è regolare”.