Bolzano è una città austriaca piena di insegne italiane. Graziosa, ospitale, ma in cui ti senti immigrato prima che turista.
L’ho scoperta questo weekend. La prima sera, dopo i dovuti giri (di strade e di birre), decidono di portarmi in una discoteca in centro. Storcono un po’ il naso, ironizzano, ma è uno dei pochi posti aperti a quell’ora, ed è a due passi da casa.
Si entra, si scende. La sala è semivuota, vulnerabile. Saltano subito agli occhi le crepe nel pavimento, le occhiaie della barista e il nervosismo del DJ. Gli specchi che corrono lungo la parete danno alla sala l’aria di essere stata arredata in un momento indefinito degli anni ‘80. E agli angoli, due pali da lapdance di dimensioni regolamentari, per permettere alle clienti più esibizioniste di rendersi ancora più esibizioniste.
Il richiamo della discoteca fa il suo corso, e dopo un po’ la sala si riempie. Non ci sono regole: si vedono teenager, ventenni, trentenni e fuori tempo massimo; bolzanesi teutonici, bolzanesi italioti, indiani, cinesi, sudamericani; chi in giacca, chi casual, chi interpreta la propria idea di hipster, chi incarna il tedesco in vacanza, e chi, come due ragazze, indossa con naturalezza il tradizionale vestito tirolese, tutto pieghe e merletti.
Se ci penso, è strano: nessuno sembra giudicare l’altro (certo, si fa per dire). Il tizio in calzettoni bianchi, il magnaccia dai capelli unti, le tirolesi, la bionda al palo, la coppia di cinquantenni che balla la disco alla maniera del liscio: nessuno di loro fa notizia, o impedisce agli altri di sentirsi “cool”.
Forse è qui che va usata quella parola che si canta a squarciagola nell’inno dell’OktoberFest: gemuetlichkeit, spirito di serenità, calore famigliare e accettazione sociale. Una parola intraducibile, col suo lost in translation: un atteggiamento così semplice, ma per molti così difficile da nominare.
che ne pensi?