Avevo appreso la notizia verso le otto e mezza, nella stazione della metro di Chatelet-Les Halles, mentre andavo a prendere l’aereo del mio ritorno. Un anziano afroamericano – o piuttosto “un vecchio negro”, che sarà certo più offensivo, ma tratteggia meglio il grottesco della sua figura occhialuta a punto interrogativo – scendeva zoppicando, uno alla volta, gli scalini che portano al marciapiede.
E intanto cantava, scalino per scalino, improvvisando versi: “Obama est le nouveau president des etats units”, seguito da una frase, sempre diversa ma metricamente ineccepibile, che non ero in grado di capire. Sembrava una preghiera, e lui lo sciamano di ritorno da un lungo, incredibile viaggio.
I parigini e i turisti attorno gli concedevano solo un rapido sguardo. Loro la notizia l’avevano letta su Internet prima di uscire, o ascoltata in radio, o intravista sulle civette fuori dall’edicola. E in fondo non era bello pensare a quell’elezione come ad una vittoria degli esclusi: la vita di quel vecchio non sarebbe cambiata di una virgola, che canti pure.
(mi piace parlare al passato del giorno di questa elezione, come fossero già anni fa, e io a raccontare “ero a Parigi, e quel tizio cantava la lieta novella, e da allora il mondo non è stato più lo stesso”… Finora, purtroppo l’unica novità certa è la mera questione statistica del primo presidente nero: il resto ha da venire, e speriamo ci sorprenderà.)
che ne pensi?