La chiarezza arriva alla fine di una lunga giornata, quando convenzione vuole che quella giornata sia già finita da un pezzo.
Arriva dopo molti – quattro, cinque, dunque già innumerabili – bicchieri di prosecco, spritz, vinello e quindi vinaccio. Arriva dopo aver visto decine di scarpe e stivali d’ogni tipo, ogni qual volta il rumore attorno obbligasse a chinare la testa per tendere l’orecchio. Arriva dopo aver messo in imbarazzo una giapponese, e dopo aver dimenticato l’inglese per “salumi”: dopo aver bussato alle barriere culturali. Arriva dopo balli frenetici e arroganti, così milanesi, a contatto con persone che lo sembravano così poco, non fosse per quel modo sofisticato di essere trasandati. Arriva dopo fette di salame, scaglie di grana, pomodori secchi e olive, e inaspettati tranci di cotechino, immersi nelle loro lenticchie. Arriva nel caos di una festa di amici, designer e bla bla bla.
Seduto, dopo aver ballato, parlato a voce alta, visto, bevuto, mentre cerco di far evaporare tutto, arriva la chiarezza. Salgo su un albero, mi guardo attorno, e realizzo che tutto torna, che ogni cosa sembra combaciare: la composizione dei drink, i visual astratti dietro il dj, le montature degli occhiali. Sembra un mondo perfetto, ma perverso, in cui ad essere di troppo sei solo tu, osservatore.
Questa chiarezza è forse figlia della stanchezza, ma rimarrò un po’ su quest’albero a ciondolare.
che ne pensi?