la possibilità

ha votato

6 giugno

Sono uscito con mio padre per andare a votare.
Fuori dal portone, lui già scuoteva le chiavi della macchina.
“Ma non è qui vicino?”, protesto.

Tagliamo attraverso il giardino dietro casa. In una vecchia foto, quegli alberi sono poco più alti di me, che spunto dalla neve sotto forma di un passamontagna rosso. Ora le cime degli abeti lambiscono il terzo piano, lasciando quella stradina sempre più in balia degli autunni, delle erbacce e delle mattonelle in frantumi. Chiedo come mai nessuno sistemi il giardino. “Il condominio dice che è del comune, il comune dice che è del condominio.”

Attraversiamo la strada e ci vengono incontro, ondeggianti dai muri, le facce impresentabili dei candidati: chini in avanti, appesantiti da una spessa folla di rivali in schiena, o riversi sulla corsia, che cercano ancora di ostentare un sorriso, o gli spavaldi che, con i simboli avversari che fanno capolino tra gli strappi, esibiscono la propria promiscuità.

Negli ultimi metri prima del seggio voglio sincerarmi sulle intenzioni di mio padre. Due su tre, me l’hai promesso, almeno due su tre, anche se non serve a nulla, anche se sono tutti uguali, anche se un voto l’hai già promesso al tuo medico.

Arriva il mio turno, entro, mi chiedo perché mi hanno dato una matita e non una penna, inveisco contro le dimensioni della scheda, lascio tre croci, esco.

Lo scrutatore pronuncia il mio nome, seguito dalla formula “ha votato”, e provo un certo imbarazzo a quel suono: un battito di ali di farfalla che non farà mai in tempo a scatenare una tempesta, ma rimarrà qui, sotto il piede di un pachiderma.

/ incontri / radici

che ne pensi?

Dimmi cosa ne pensi.
Non lo dirò a nessuno.