Il servizio civile l’ho fatto in un museo. Non so se potevo definirmi più guardiano o più guida. Il mio lavoro consisteva nel gironzolare tra le sale (ma solo se mi andava), indicare la collocazione dei bagni, inventare risposte credibili a domande lecite ma fastidiose, e, quando andava male, salire e scendere la scala a chiocciola della torre della specola, aprire e chiudere porte e tende.
Quando andava bene, ovvero quando la stagista si rassegnava a coprirti, potevi fuggire con colleghi, amici o amanti in cima alla torre, tenere sott’occhio le vie del quartiere universitario, e fare tutto ciò che si può voler fare di nascosto ma con la speranza di essere ammirati da tutti.
Dieci mesi sono passati come fossero dieci anni. Va bene, sto esagerando. Diciamo allora come sei anni: sono stati la sintesi della vita universitaria appena passata, e l’ultimo periodo senza pensieri, prima di affrontare la laurea, l’esodo di così tanti amici, le velleità imprenditoriali e la fine di un intenso altalenante amore.
È stata una parentesi immobile in un mare di possibilità.
Dalle grandi finestre della sala dei libri, nell’aria fresca e secca prodotta a beneficio di quei tomi settecenteschi – e del mio umore, nelle giornate estive – mi fermavo spesso a guardare il cortile in basso, popolato da un Ercole di pietra, e da molli studenti intenti a sfumacchiare e divorare piadine.
Mi sembrava di vedere, tra la mia finestra e quella di fronte, un filo semitrasparente. E se vedevo quel filo, vedevo anche me con un’asta in mano, poggiare un piede davanti all’altro e sperare di non cadere. Non dovevo fare altro che passare, quasi in trance, ingoiando i brividi e rifiutando di guardarmi alle spalle.
E così passarono quei dieci mesi.