la possibilità / città

Questo è l’ufficio di un flâneur, non so se ne hai mai visto uno.

Da quella piantina mi guardo andare a zonzo, goccia di pioggia che disegna zig-zag contro un vetro. Quanto piccola sembra la città qui dentro, quanto sembra grande.

In quell’archivio trovi tutte le eccezioni, in fila per nome, classe e fattispecie.
Tutte, sì, perché non è possibile ce ne siano altre, mi ripeto armeggiando con l’ultima arrivata.

Cerchi il cestino dei rifiuti? Ce n’è uno per gli assensi. Anche loro – propositi traditi, proposte tramortite, passioni travisate – fanno spesso una brutta fine accartocciata, che insegna a saper rifiutare.

Scrivo con penne che spiccano il volo. Ecco perché perlustro strade, piazze, luoghi pubblici e privati in cerca di parole pesanti e punti fermi, inchiostro denso che rimanga attaccato alla pagina, che mi faccia compagnia sullo scaffale.

Nel mio ufficio traballante regna un ordine maniacale. Nulla viene lasciato al caso, perché il caso si è già preso tutto il resto.

/ città / inventari

“Seguimi, so la strada” – dicevo.

Era falso, ma non mentivo. La strada che avevo in mente era quella bianca e gialla, col nome scritto sopra, che passava attraverso blocchi di uniforme grigio chiaro. Era quel centro città immaginario che portavo ripiegato in tasca: senza passanti, senza vetrine, ma soprattutto senza te. Una strada vergine di passi e di esitazioni.

All’inizio tutto mi sembrava così chiaro. Inutile controllare la mappa, bastava mantenere la giusta direzione. E parlavamo, scambiandoci battute a passo sostenuto, deviando di tanto in tanto, distratti da uno scorcio curioso, o dal capriccio di un incrocio.

Le strade principali spingevano in linea retta gli innumerevoli passeggiare, per riprendere poi fiato nelle piazze. Lì parlavamo poco, il brusio attorno diceva già troppo. Riprendevo allora il discorso nelle strade laterali, davanti alla ipsilon dei bivii, nei sottoquartieri irregolari, sfuggiti al fascismo ortogonale della pianificazione.

A volte però qualcosa non tornava, e rimanevamo muti. Passando per la terza volta davanti allo stesso ristorante, ero ormai sicuro di aver perso il filo. Mi avevi seguito ciecamente, senza avere idea di dove stessimo andando, forse senza alcuna intenzione di raggiungere alcunché.

Cercavo di guidarti in una città che io stesso non conoscevo, forte del fatto che se esiste una mappa, esiste un punto di vista a volo d’uccello, nel quale non siamo altro che due teste impegnate nel loro percorso. Esiste forse anche una via di fuga, che ti è sempre sfuggita, e di quella andavo ragionando assieme a te.

/ città / incontri / viaggi

“Sempre più difficile volare”, leggevo in prima pagina. Scioperi, manifestazioni, disagi. Ma è più forte il disagio di rimanere a terra, e ho preso il mio biglietto.

Per qualche giorno volerò via. Prenderò due aerei, per guadagnare una sufficiente distanza, e poi, su due isole, galleggerò. Se non puoi – o non sai più – volare, almeno galleggia.

Sarebbe più facile volare se il mondo fosse la mia ostrica, come dice chi è in grado di trovarsi ovunque a proprio agio. Di per certo, il mondo in cui vivo ora è la mia grotta. Così mi sono apparse le guglie del duomo questo pomeriggio: perforavano orgogliosamente l’umidità dell’aria come un esercito di stalagmiti.

/ città / isole / viaggi

bianco e grigio

6 gennaio

Questa mattina mi ha svegliato il silenzio. Alla finestra, ho capito. Me l’ha spiegato Marcovaldo: “la città non c’era più, era stata sostituita da un foglio bianco”.

I fogli bianchi eccitano l’immaginazione. Oppure la mettono in profondo imbarazzo, ponendole di fronte la propria incapacità.
E io d’immaginazione, in questi giorni, proprio non ne ho. Le sagome candide e tonde parcheggiate in questa strada non si coloreranno, non prenderanno vita, non diventeranno i denti di un gigante, né le onde di un mare antartico.

C’è troppo silenzio in questi giorni. E riflesso nella finestra c’è un tronco che ha bruciato, ed ora dorme sotto una pesante coperta di neve.

/ città

Se guardi bene, rallenti il respiro, ti fermi ad ascoltare, fai un po’ di buio attorno, potresti accorgerti del naturale prolungamento delle cose.

Le strisce colorate di questo tappeto, ad esempio, quanto sono lunghe? Finiscono davvero sotto il divano, o attraversano il muro, irrompono dai vicini, arrivano in fondo alla via e si allargano a dismisura, colorando le corsie della circonvallazione? O disegnano il percorso delle metro, fedeli a come le si disegna sulle mappe: tagliano la città quattro volte, indicano le vie di fuga, mi fanno sapere che partendo da qui posso arrivare ovunque.

Questa canzone, sono io due settimane fa che mi faccio strada tra le persone venute al concerto, e osservo il canto sollevarsi come fumo nella luce viola, rossa, blu. Ed è la mia concentrazione di un mese fa, mentre scrivevo e ogni tanto sollevavo lo sguardo dal monitor, e salutavo la musica, muovendo la testa a tempo.

Queste scarpe nere, sono la sera di ieri, mentre rischiavo ad ogni metro di scivolare, e maledicevo le suole troppo lisce. Sono il giro che farò tra poco, a neve sciolta.
E mentre le immagino andarsene via di casa a respirare l’aria gelida di questo pomeriggio, affrettano il passo, prendono velocità, tirano dritto sull’asfalto, ignorando le macchine in arrivo. Scappano col mio pomeriggio.

/ città / cose

Avevo appreso la notizia verso le otto e mezza, nella stazione della metro di Chatelet-Les Halles, mentre andavo a prendere l’aereo del mio ritorno. Un anziano afroamericano – o piuttosto “un vecchio negro”, che sarà certo più offensivo, ma tratteggia meglio il grottesco della sua figura occhialuta a punto interrogativo – scendeva zoppicando, uno alla volta, gli scalini che portano al marciapiede.

E intanto cantava, scalino per scalino, improvvisando versi: “Obama est le nouveau president des etats units”, seguito da una frase, sempre diversa ma metricamente ineccepibile, che non ero in grado di capire. Sembrava una preghiera, e lui lo sciamano di ritorno da un lungo, incredibile viaggio.

I parigini e i turisti attorno gli concedevano solo un rapido sguardo. Loro la notizia l’avevano letta su Internet prima di uscire, o ascoltata in radio, o intravista sulle civette fuori dall’edicola. E in fondo non era bello pensare a quell’elezione come ad una vittoria degli esclusi: la vita di quel vecchio non sarebbe cambiata di una virgola, che canti pure.

(mi piace parlare al passato del giorno di questa elezione, come fossero già anni fa, e io a raccontare “ero a Parigi, e quel tizio cantava la lieta novella, e da allora il mondo non è stato più lo stesso”… Finora, purtroppo l’unica novità certa è la mera questione statistica del primo presidente nero: il resto ha da venire, e speriamo ci sorprenderà.)

/ città / viaggi

Bolzano è una città austriaca piena di insegne italiane. Graziosa, ospitale, ma in cui ti senti immigrato prima che turista.

L’ho scoperta questo weekend. La prima sera, dopo i dovuti giri (di strade e di birre), decidono di portarmi in una discoteca in centro. Storcono un po’ il naso, ironizzano, ma è uno dei pochi posti aperti a quell’ora, ed è a due passi da casa.

Si entra, si scende. La sala è semivuota, vulnerabile. Saltano subito agli occhi le crepe nel pavimento, le occhiaie della barista e il nervosismo del DJ. Gli specchi che corrono lungo la parete danno alla sala l’aria di essere stata arredata in un momento indefinito degli anni ‘80. E agli angoli, due pali da lapdance di dimensioni regolamentari, per permettere alle clienti più esibizioniste di rendersi ancora più esibizioniste.

Il richiamo della discoteca fa il suo corso, e dopo un po’ la sala si riempie. Non ci sono regole: si vedono teenager, ventenni, trentenni e fuori tempo massimo; bolzanesi teutonici, bolzanesi italioti, indiani, cinesi, sudamericani; chi in giacca, chi casual, chi interpreta la propria idea di hipster, chi incarna il tedesco in vacanza, e chi, come due ragazze, indossa con naturalezza il tradizionale vestito tirolese, tutto pieghe e merletti.

Se ci penso, è strano: nessuno sembra giudicare l’altro (certo, si fa per dire). Il tizio in calzettoni bianchi, il magnaccia dai capelli unti, le tirolesi, la bionda al palo, la coppia di cinquantenni che balla la disco alla maniera del liscio: nessuno di loro fa notizia, o impedisce agli altri di sentirsi “cool”.

Forse è qui che va usata quella parola che si canta a squarciagola nell’inno dell’OktoberFest: gemuetlichkeit, spirito di serenità, calore famigliare e accettazione sociale. Una parola intraducibile, col suo lost in translation: un atteggiamento così semplice, ma per molti così difficile da nominare.

/ caos / città / parole / viaggi

l’atterraggio

2 ottobre

Esco dal concerto, superando i poliziotti in divisa (ma che ci fanno qui?).

E’ una periferia sovietica, di strade inutilmente larghe e case tutte uguali, talmente schive da non guardare fuori, disposte come sono a lisca di pesce.

Supero coppie di ragazzi troppo stretti nelle spalle, troppo rumorosi nel parlare, troppo vicini a quei personaggi da cronaca nera, da tg dell’una.

Seguo la lunga doppia fila di luci arancioni che mi porterà al tram: è la mia pista di atterraggio, ed io sono il turista appena sbarcato da un volo sbagliato.

Salgo sul tram. Dal fondo arriva solamente la voce di un tedesco, il cui sdegno si misura dal numero di “scheisse” che condiscono il suo discorso. Dall’altro capo un gruppetto di ragazzi – scientemente assortiti nei tagli di capelli e nei decenni a cui si sono ispirati nel vestire – si scatta foto, flirta, ammicca.

Prima della mia fermata sono scesi quasi tutti. Scendo anch’io, e impegno gli ultimi metri a immaginare mete più azzeccate di questa.

Arrivo davanti ad un portone, e sembra che le mie dita sappiano già tutto: scelgono la chiave giusta al primo colpo, la infilano, la girano, spingono, e già dribblano verso la chiave successiva.

Sono il turista caduto qui per caso. E questa è casa mia.

/ città / viaggi

i tentacoli di Roma

17 settembre

Sto passando qualche giorno a Roma – per confondere un po’ l’ordine fatto dopo il ritorno dalle vacanze – e l’ho ritrovata più caotica di quanto ricordassi.

Che sia caotica lo sanno, o lo immaginano, tutti: lo capisci guardandola dall’alto, la sua planimetria a piovra, fatta di vuoti, rientranze, periferie attorcigliate. O dal basso, guardando le crepe nei marciapiedi e le buche nell’asfalto. Ad ogni passo hai l’impressione che quella piovra stia premendo per uscire dal sottosuolo.

A volte ha l’aria di un caos creativo, in cui andare a caccia di imprevisti o di stimoli inaspettati. Quasi non te la prendi se l’autista dell’autobus non sa la strada e si volta a chiederla a te. Altre volte sembra che ogni attività – a partire dalla più ovvia: andare da A a B – sia destinata a fallire, o a deviare il suo corso.

Caos, eccezioni, sorprese, deviazioni sono dappertutto lungo i tentacoli di Roma.
Eppure i romani continuano a chiosare tutto con un “è regolare”…

/ caos / città

Sulla strada per casa ho deciso di perdermi un po’. Devo aver descritto una “L”,  poi una “d” e una “s” con il mio cammino. Sarà durato un’oretta, a passo sostenuto, nella trance di qualche pensiero già svanito.

Purtroppo non ho resistito alla tentazione di produrre giudizi, durante il mio cammino. L’aspetto di questo o l’atteggiamento di quell’altro, le facce chiuse di chi non concede nulla e quelle mute di chi non ha voce in capitolo, gli sguardi che squadrano e quelli che ti passano attraverso, le persone che non sarò mai e quelle che non vorrei mai essere.

Giudizi affilati, che sembrano fatti per ferire gli altri, vigliaccamente.
E che invece fanno male solo a me.

/ città / incontri