la possibilità / cose

cartolina

5 novembre

Nessuno spedisce più cartoline. Non ha più senso.
Le viste ritratte sul fronte: già viste tutte. Le parole lette sul retro: già dette altrove.

Le cartoline, allora, hanno smesso di arrivare. Credo l’abbiano fatto per protesta, per sottrarsi alle sventagliate rapide da un lato all’altro di chi si chiede chi cosa e dove, alle sopracciglia inarcate con sufficienza di chi le impila in fretta sopra le altre, al gusto macabro di chi le infilza sbilenche ad una bacheca di sughero.

Non abbiamo tempo per mandarne, e per circolo vizioso non abbiamo più speranza che ce ne arrivino: probabilmente quelle ancora inesitate sono andate tutte perse quando abbiamo perso l’abitudine di scriverle.

Ora però te ne vorrei scrivere una.
In foto c’è il tratto di strada in cui abito, inquadrato nel punto in cui  un albero ha ceduto, qualche temporale fa: un mozzo di tronco, perimetrato alla meno peggio con qualche striscia di nastro stradale rosso e bianco.
Sul retro c’è questo messaggio, senza nome in fondo. La mia firma sarà il mio stampatello che parte per la tangente.

Scrivo infine il c.a.p. giusto, ma l’indirizzo sbagliato.
Come ti ho appena detto, non ha più senso mandarsi cartoline, e la mia non la troverai in buca: girando senza meta per il quartiere, sarà lei a trovare te.

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le ultime cose

20 ottobre

Cresce di giorno in giorno la mia intolleranza per le cose.

Le cose si accumulano nelle case: sono il cibo di una fame che non le consuma.

Prendono rapidamente il posto di aspirazioni, voglie, paure. Col loro respiro immobile rubano l’ossigeno che dovrebbe farci correre, e lo trasformano nella polvere della quale si cospargono, e dalla quale tentiamo inutilmente di salvarli.

Sembrano immortali, ma invecchiano molto prima di noi, e molto prima ci fanno invecchiare, ricordandoci aspirazioni, voglie, paure – passate, mai consumate.

Questo minuscolo cactus l’ho pagato meno di 1 euro. È stata una piccola simbolica concessione al fascino delle cose. Quando l’ho preso immaginavo piccoli vasetti di cactus in lunga fila, o un vaso unico per tutti. Ma ha vinto la mia intolleranza: è rimasto solo.

Che tristezza, direte voi. Ma così c’è più spazio per la mia immaginazione. Ho salvato tanti suoi simili dallo scempio che ne avrei fatto al prossimo trasloco.
E in fin dei conti ho più ossigeno, e ancora tanta voglia di correre.

/ cose

Già mentre ero in treno, qualche giorno fa, avevo l’impressione di scivolare.
Il mio vagone si immergeva, senza fatica ma con crescente flemma, nelle profondità dello stivale.

Era buio quando sono arrivato, e quando, muovendo il primo passo in stazione, ho sentito che il suolo aveva la consistenza di sabbia mobile. La prima domanda di mia madre è stata “hai fame”, e da allora non me l’ha più chiesto. L’ha dato per scontato, negando l’evidenza delle mie proteste e di gesti – come la mano sullo stomaco – da tempo svuotati di significato.

Poi questa casa mi ha inghiottito, assieme alla miriade di soprammobili, quadretti, servizi da dodici, piante e decorazioni natalizie che anni di maree hanno lasciato lungo le pareti. Sembra che il suo ventre non lasci via di scampo.

È in particolare il presepe a preoccuparmi. Ogni anno mi sembra più grande. Già quand’ero piccolo dava l’idea di crescere ad un ritmo superiore al mio. Ora occupa una buona fetta del salone, disegna cime innevate (di borotalco) e biforcazioni di sentieri (di lettiera di gatto), nasconde una caverna, un corso d’acqua, una villetta (credo abusiva), ed è popolato da una piccola, ma affezionata, comunità di pastori di diversa età e provenienza, le cui differenze di scala danno una vertiginosa profondità di campo.

Verrà giorno in cui – lo so – i pastori prenderanno il potere, ci renderanno attori viventi del loro presepe, e faranno della casa in cui sono nato la polverosa scenografia di una trita rappresentazione allegorica.
Sempre che tutto ciò, a mia insaputa, non sia già accaduto da tempo.

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Se guardi bene, rallenti il respiro, ti fermi ad ascoltare, fai un po’ di buio attorno, potresti accorgerti del naturale prolungamento delle cose.

Le strisce colorate di questo tappeto, ad esempio, quanto sono lunghe? Finiscono davvero sotto il divano, o attraversano il muro, irrompono dai vicini, arrivano in fondo alla via e si allargano a dismisura, colorando le corsie della circonvallazione? O disegnano il percorso delle metro, fedeli a come le si disegna sulle mappe: tagliano la città quattro volte, indicano le vie di fuga, mi fanno sapere che partendo da qui posso arrivare ovunque.

Questa canzone, sono io due settimane fa che mi faccio strada tra le persone venute al concerto, e osservo il canto sollevarsi come fumo nella luce viola, rossa, blu. Ed è la mia concentrazione di un mese fa, mentre scrivevo e ogni tanto sollevavo lo sguardo dal monitor, e salutavo la musica, muovendo la testa a tempo.

Queste scarpe nere, sono la sera di ieri, mentre rischiavo ad ogni metro di scivolare, e maledicevo le suole troppo lisce. Sono il giro che farò tra poco, a neve sciolta.
E mentre le immagino andarsene via di casa a respirare l’aria gelida di questo pomeriggio, affrettano il passo, prendono velocità, tirano dritto sull’asfalto, ignorando le macchine in arrivo. Scappano col mio pomeriggio.

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