la possibilità / giorni

la mia rivoluzione

23 gennaio

Ci sveglieremo intonando quella canzone che avevamo in testa prima di addormentarci.

Guarderemo l’intonaco approssimativo delle nostre case, gli scarabocchi disegnati nervosamente dal tempo e dall’umidità per mitigare forse la paura di vederci fuggire. Quella macchia sembra l’Africa: guarda, c’è anche il Madagascar.

Prenderemo uno, due caffè. Il tuo saprà un po’ di gomma, ma poco importa: butterai la caffettiera, ma senza ira. Mangeremo focaccine con l’uvetta impastate con le nostre mani e appena sfornate, perché la rivoluzione ci renderà padroni di ciò che mangiamo, di ciò che annusiamo, e di ciò che scalderà le nostre mani.

Ci daremo per dispersi con chi, quel mattino, si sarà svegliato aspettandosi di vivere un giorno come un altro, ma anche con chi avrà messo la rivoluzione tra le cose da fare, illudendosi così di cancellarla dalle cose a cui pensare.

Prepareremo una, due valigie. Ci riprenderemo i nostri soldi, ritireremo dalle banche tutto ciò che abbiamo. Qualunque cosa sia rimasta, la dimenticheremo, per essere sicuri di non averla più.

Rideremo, per reazione meccanica all’aria nuova che ci inonderà i polmoni.
Scapperemo, insieme, anche se non fianco a fianco.

Il giorno della rivoluzione non arriverà quando ne avrai la voglia e la forza, ma quando non ne avrai più: quando avrai capito che non c’è più tempo per tutto il resto, quando ti sembrerà l’unica possibile fuga.

E allora le parole che pensavi di aver perso saranno tutte là: non – dimenticate – in un diverso posto, ma – inattese – in un diverso tempo.

/ caos / giorni

il sibilo

6 luglio

Lo senti questo sibilo? È lo scontro tra le lunghezza d’onda di testa e cuore. La testa non ascolta il ritmo del cuore, o il cuore suona una musica diversa da quella che hai in testa: fatto sta che la convivenza forzata tra le due onde, sommandosi, produce questo curioso fenomeno acustico.

Ci avevi mai fatto caso? A volte è così forte che la persona di fronte a te è in grado di sentirlo: ti guarda strano, come se avessi detto una parola sbagliata, ma senza capire cosa c’è che non va, chi dei due ha una rotella fuori posto.

Ci sono ormai abituato. Mi sveglio la mattina con un ronzio nella testa, a volte più grave, a volte più acuto, e fatico a capire cosa vada accelerato e cosa frenato per far fare la pace  a queste due onde, e farne melodia.

L’altro giorno, però, non sentivo più nulla. È incredibile. Avevo accolto la novità con lo stesso sollievo con cui si vede smontare il cantiere di fronte casa, già pregustando giorni di quiete.

M’illudevo. Cuore e testa non erano in pace, ed è infatti successo ciò che sai.

Poco dopo il fastidioso sibilo è tornato a farmi compagnia. Le due onde non erano scomparse, né erano entrate in risonanza: quel giorno, anzi, erano talmente distanti, opposte, da annullarsi a vicenda, e creare un silenzio fallace.

/ caos / giorni / incontri

l’ospite

2 giugno

Suona il citofono.

- Sssì, chi è?
- Ciao!
- Ehm, ciao… chi sei?
- Sono la frase ispirata che cercavi da un po’
- Scusa?
- Sì, quell’immagine che ti serviva per dare un senso compiuto a giorni e giorni di sensazioni sconnese: la pasta di sale che lega le tue schegge di prosa, quelle con cui adornavi il silenzio obbligato tra una fermata di metro e l’altra
- Ah, tu… Ma ti pare questa l’ora di arrivare??
- Beh, forse eri tu a non avermi cercato…
- Perchè, sentiamo, credi davvero di essere così risolutiva?
- Mmmmh no… però almeno ti preparo per chi verrà dopo di me, noh?
- E chi dovrebbe venire dopo di te?
- Forse una frase migliore… Pensa: potrebbe essere la frase capace di catturare l’illogica allegria di certe mattine, il moto delle foglie, o il suono di una rivelazione
- Ma se passassi il tempo ad aspettare che una frase migliore bussi alla mia porta, le mie giornate scorrerebbero mute di fronte ad un citofono…

Credo stia trattenendo una risatina sardonica.
Apro.

/ giorni / parole

il giorno in cui

12 febbraio

Quel mattino aprirò gli occhi di soprassalto, battendo la sveglia di qualche minuto. Sciacquerò dal viso l’ultimo sogno (storie di partenze improvvise e condominii vuoti).

Metterò in una valigia tutti i fili che non si riannodano. Brandelli di gomitoli di ogni colore, raccolti con pazienza, o gettatimi addosso da chi non so. Messi assieme non farebbero un maglione, e anche se lo facessero l’effetto sarebbe ridicolo. Eppure a liberarmene non riesco.

Chiuderò la porta come un giorno qualunque, ma lascerò le chiavi nella buca delle lettere. Annuserò l’aria del mattino carica di piombo e arsenico, ma la dirò comunque densa di promesse. Porterò la valigia al mio fianco come ho fatto spesso, ma questa volta lei volerà.

Arriverò in stazione con uno strano sorriso. Mi dirigerò al binario con la calma del pilota automatico. Salirò sul mio vagone, e la mia testa affonderà nel sedile, docile come un attrezzo che rientra nella sua custodia.

Con gli occhi nel finestrino, la danza dei pali della luce inghiottiti dalla nebbia mi farà addormentare, restituendomi un po’ del riposo rubato dall’ansia della partenza.

Dormirò per qualche mese, un anno, o forse più. Poi, una mattina, riaprirò gli occhi di soprassalto, e ripeterò, con un soffio di voce, il nome del mio prossimo altrove.

/ giorni / viaggi

- Posso paragonarti ad un giorno di pioggia?
- Uhm… primaverile, autunnale o invernale?
- Di marzo inoltrato. Ma avrei anche potuto dire estivo, eh.
- A goccioloni, mista a grandine o sottile?
- Mmmh… media. Con una solenne scrosciata a metà.
- Con o senza vento? Ovvero: verticale, diagonale o quella che ti sbatte in faccia?
- Diagonale, insolente, con qualche folata a sorpresa, orizzontale.
- A casa, ad immalinconirsi alla finestra, o in strada ad implorarne la fine? O in spiaggia, raccogliendo le cose in fretta…
- Fuori, mentre vai al lavoro, con un po’ di muso, e pensi alla risposta giusta per il tuo capufficio.
- Improvvisa o covata a lungo? Si sentiva già quell’odore di foglie umidicce?
- No, improvvisa. Di quelle che ti fanno scappare sotto un balcone e correre verso il successivo. Quelle che ti mettono nell’imbarazzo tra proseguire o tornare a casa.
- Sì, oggi sono un po’ così.

Perché l’importante non è capirsi – obiettivo forse irraggiungibile – ma fraintendersi col giusto ritmo.

/ giorni / parole

Questo giorno è un multiplo di 3. Pensi che siano così un giorno sì e uno no, mentre invece non sono così frequenti. Ma continuano a presentarsi, con strana regolarità.

Non parlo del “numero”, della data, anche perché oggi è 29, che non vuole essere multiplo di alcunché. Parlo di quella mappa dei giorni che ognuno di noi si figura, nella quale i giorni – quadrati con dentro un numero, per chi ha poca fantasia – si assomigliano, si legano, si richiamano, si collegano, si mettono in fila, creano una tessitura o, per i più abili, una partitura.

Questo giorno è un multiplo di 3, speciale perché fatto di cose che dovevi fare, e che non sei riuscito a fare ieri (o l’altro ieri); banale perché segnato da occasioni mancate, che forse l’avrebbero reso degno di ricordo.

I giorni multipli di 2, se li guardi sulla tua mappa, disegnano una scacchiera, un reticolo che alla distanza stinge in un grigio indistinto. Allo stesso modo, infinite domeniche multipli di 7 creano lunghe, tediose, linee verticali, nelle mappe di chi lavora cinque giorni a settimana.

Se li guardi tutti in fila, invece, i giorni multipli di 3 disegnano una trama di righe diagonali, una campitura che avvolge il tuo tempo intero, e ne mostra forse il ritmo più autentico, e nascosto.

Ci sono poi giorni, meno frequenti, che disegnano tempeste di neve, sentieri di formiche, o mosse del cavallo sulla scacchiera di prima, sfuggendo apparentemente ad ogni regolarità, ma solo per un nostro difetto di attenzione.
E giorni che rimangono da soli: assurdi, sorprendenti, puntini sulla mappa, in attesa di una replica che ne riveli – finalmente – di cosa dovrebbero essere multiplo.

/ caos / giorni / numeri