la possibilità / incontri

l’anno, il nuovo

1 gennaio

Sono ripartito in treno quando l’alba era già terminata, senza permettere al sonno di interrompere il filo del discorso che mi ha trascinato nell’anno nuovo.

Ho visto la città riprendere vita sotto i cocci di vetro, e illuminarsi di una illusoria luce di novità. La cosa più nuova, in realtà, sono forse i miei propositi. Ma persino questi direi che ricalcano in buona parte quelli dell’anno passato, forse con un goccio di determinazione, una virgola di preparazione e un tremito di disperazione in più.

Di sicuro sono nuovi i miei ricordi: freschi e ancora umidicci di pioggia e sudore. Durante la cena le urla, gli applausi compulsivi, le battute becere in caduta libera tra quelle sagaci, e le parole dette sottovoce, per ostinato vizio alla complicità. Noi quattro abbracciati a cerchio come facevamo ai tempi dell’università, diventando poi sei, poi dieci e passa nel corso della serata. Lo scomporsi e il ricomporsi della comitiva nel pellegrinaggio tra viuzze e locali. Lo spagnolo che attacca bottone a fine serata parlando di nubi, per poi tentare di baciarmi. Il mare all’alba, talmente opaco ma con un colore talmente intenso da sembrare scolpito in pietra turchese.

Nel frattempo i vecchi rancori, i passati errori, i trascorsi dolori, mi sono sembrati solo parole messe in rima per nobilitare avanzi di passato. Tutto chiuso in barattoli separati, che dovremo certamente riaprire, ma per pigrizia eviteremo di farlo fino all’ultimo.

Ho fatto il pieno di energie nuove, quindi, ed è solo per comodità se le chiamerò “duemilaedieci”.

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sirene

21 agosto

Quello che non capisco è perché provate imbarazzo per la vostra coda. È solo grazie a lei se riuscite ad abbandonare di tanto in tanto la terraferma, per entrare nel vostro mondo liquido, leggero, capovolto.

Quando invece tornate in questo – il mio maledetto mondo in cui la gravità si prende gioco di ogni cosa – se solo provo a smascherarvi fingete di non aver mai avuto né coda né pinne, fate casualmente un profondo respiro che testimoni il vostro amore per l’ossigeno allo stato gassoso, e sorridete, imbarazzate, come di fronte alla fantasiosa domanda di un bambino.

So che ci siete. Confessate di saper cantare, ma sempre vi schernite quando vi si chiede di farlo. Scappate con un guizzo, quando vi si tenta di afferrare. Comprendete solo a metà le balorde regole di noi umani. Soffrite, mute, se costrette tra le mura di un acquario. Sapete di mare, ma non lo volete dire.

Anch’io ho un segreto: navigo senza meta, da anni, col pretesto di tornare in una patria puramente ipotetica, ma so che l’unico posto in cui getterei l’ancora è l’isola dalla quale si alza, sommesso, il vostro canto.

/ incontri / isole

non credere

13 agosto

Sono tornato in quel posto di cui ti parlavo poco più di un anno fa.

Appena oltre le ultime case, sotto allo spiazzo in cui fanno il cinema all’aperto, là dove c’è la finanza, c’è quel baretto.
Dalla sua piccola terrazza si domina la caletta, la scuola velica con le schiere di natanti, lo spiazzo in cui atterrano gli elicotteri (ma mai ne ho visti), il canneto che – come ho scoperto – non nasconde solo il cimitero, ma anche un minuscolo sentiero di erba calpestata che lascia entrare nell’area archeologica chi non ha il biglietto.

Il bar è fin troppo semplice. Sull’insegna c’è un gabbiano, naturalmente cartoon, e nel retro un biliardino, scaldato a volte da braccia rissose e precocemente invecchiate dal sole.

Tutto lì è gentilmente fuori moda, e allude a un passato privo di pensieri, che nel frattempo no, non sono ancora arrivati. La proprietaria, i suoi riccioli raccolti e le sue labbra innaturali, hanno l’aria di avere molte storie da raccontare. Forse banali storie di scappatelle estive, molti anni fa, o l’altro ieri.

Quando ero venuto qui per la prima volta, dalle due casse ai lati della terrazza, piccole quanto tutto il resto, veniva la voce di, non so, Mina? Sembrava la replica di una commedia estiva in bianco e nero.

Sorseggiando il mio succo, avevo registrato qualche secondo di quella scena.
Oggi ho finalmente scoperto il titolo di quella canzone: era “non credere”.

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il sibilo

6 luglio

Lo senti questo sibilo? È lo scontro tra le lunghezza d’onda di testa e cuore. La testa non ascolta il ritmo del cuore, o il cuore suona una musica diversa da quella che hai in testa: fatto sta che la convivenza forzata tra le due onde, sommandosi, produce questo curioso fenomeno acustico.

Ci avevi mai fatto caso? A volte è così forte che la persona di fronte a te è in grado di sentirlo: ti guarda strano, come se avessi detto una parola sbagliata, ma senza capire cosa c’è che non va, chi dei due ha una rotella fuori posto.

Ci sono ormai abituato. Mi sveglio la mattina con un ronzio nella testa, a volte più grave, a volte più acuto, e fatico a capire cosa vada accelerato e cosa frenato per far fare la pace  a queste due onde, e farne melodia.

L’altro giorno, però, non sentivo più nulla. È incredibile. Avevo accolto la novità con lo stesso sollievo con cui si vede smontare il cantiere di fronte casa, già pregustando giorni di quiete.

M’illudevo. Cuore e testa non erano in pace, ed è infatti successo ciò che sai.

Poco dopo il fastidioso sibilo è tornato a farmi compagnia. Le due onde non erano scomparse, né erano entrate in risonanza: quel giorno, anzi, erano talmente distanti, opposte, da annullarsi a vicenda, e creare un silenzio fallace.

/ caos / giorni / incontri

ha votato

6 giugno

Sono uscito con mio padre per andare a votare.
Fuori dal portone, lui già scuoteva le chiavi della macchina.
“Ma non è qui vicino?”, protesto.

Tagliamo attraverso il giardino dietro casa. In una vecchia foto, quegli alberi sono poco più alti di me, che spunto dalla neve sotto forma di un passamontagna rosso. Ora le cime degli abeti lambiscono il terzo piano, lasciando quella stradina sempre più in balia degli autunni, delle erbacce e delle mattonelle in frantumi. Chiedo come mai nessuno sistemi il giardino. “Il condominio dice che è del comune, il comune dice che è del condominio.”

Attraversiamo la strada e ci vengono incontro, ondeggianti dai muri, le facce impresentabili dei candidati: chini in avanti, appesantiti da una spessa folla di rivali in schiena, o riversi sulla corsia, che cercano ancora di ostentare un sorriso, o gli spavaldi che, con i simboli avversari che fanno capolino tra gli strappi, esibiscono la propria promiscuità.

Negli ultimi metri prima del seggio voglio sincerarmi sulle intenzioni di mio padre. Due su tre, me l’hai promesso, almeno due su tre, anche se non serve a nulla, anche se sono tutti uguali, anche se un voto l’hai già promesso al tuo medico.

Arriva il mio turno, entro, mi chiedo perché mi hanno dato una matita e non una penna, inveisco contro le dimensioni della scheda, lascio tre croci, esco.

Lo scrutatore pronuncia il mio nome, seguito dalla formula “ha votato”, e provo un certo imbarazzo a quel suono: un battito di ali di farfalla che non farà mai in tempo a scatenare una tempesta, ma rimarrà qui, sotto il piede di un pachiderma.

/ incontri / radici

ci vuole un seme

13 gennaio

Per raccontarti di questo impossibile inverno, che sta cancellando ogni cosa, ci vuole il giusto pretesto, che mi faccia meritare ancora un po’ del tuo tempo e della tua pazienza.

Per trovare il giusto pretesto, forse è sufficiente quella battuta che un secondo fa, mentre parlavi, mi è passata per la testa, lasciandomi un sorriso di cui non potevi capire la ragione.

Per servirti quella battuta, dovrò farti arrivare la mia voce senza ambiguità attraverso questa stanza affollata, e farlo in fretta, prima che la battuta scappi, il discorso cambi rotta, l’inverno torni.

Per farti arrivare la mia voce, ci vogliono parole misurate e dette col giusto ritmo, accostando furtivamente le mie labbra al tuo orecchio, perché la voce non si disperda in questa nebbia di musica, odore di sigaretta e parole già dette.

Per accostarmi a te, misurando le parole, servono la lucidità e l’indifferenza che mi hanno appena abbandonato, serpeggiando dal retro delle ginocchia. Dico allora qualcosa, non ricordo cosa.

Per spiegarmi meglio, dovrei rivelarti il turbamento che provo, e lasciarlo in ostaggio alla tua comprensione.

Ma per spiegarti il turbamento che provo, la maniera che ho è una sola: devo raccontarti di questo impossibile inverno, che sembra abbia già cancellato ogni cosa.

/ incontri / parole

la chiarezza

13 dicembre

La chiarezza arriva alla fine di una lunga giornata, quando convenzione vuole che quella giornata sia già finita da un pezzo.

Arriva dopo molti – quattro, cinque, dunque già innumerabili – bicchieri di prosecco, spritz, vinello e quindi vinaccio. Arriva dopo aver visto decine di scarpe e stivali d’ogni tipo, ogni qual volta il rumore attorno obbligasse a chinare la testa per tendere l’orecchio. Arriva dopo aver messo in imbarazzo una giapponese, e dopo aver dimenticato l’inglese per “salumi”: dopo aver bussato alle barriere culturali. Arriva dopo balli frenetici e arroganti, così milanesi, a contatto con persone che lo sembravano così poco, non fosse per quel modo sofisticato di essere trasandati. Arriva dopo fette di salame, scaglie di grana, pomodori secchi e olive, e  inaspettati tranci di cotechino, immersi nelle loro lenticchie. Arriva nel caos di una festa di amici, designer e bla bla bla.

Seduto, dopo aver ballato, parlato a voce alta, visto, bevuto, mentre cerco di far evaporare tutto, arriva la chiarezza. Salgo su un albero, mi guardo attorno, e realizzo che tutto torna, che ogni cosa sembra combaciare: la composizione dei drink, i visual astratti dietro il dj, le montature degli occhiali. Sembra un mondo perfetto, ma perverso, in cui ad essere di troppo sei solo tu, osservatore.

Questa chiarezza è forse figlia della stanchezza, ma rimarrò un po’ su quest’albero a ciondolare.

/ caos / incontri

Ancora una volta, mi ritrovo alla prese con la ricerca di nuove idee.
Cerco di immaginare progetti “che abbiano un senso” (il che, senso, non ne ha già).

Annuso l’aria che si respira in Rete, cerco la ricetta per diventare più ricco, più famoso, o più utile per l’umanità, e ogni tanto – come tutti – dimentico di respirare, svengo, e non capisco cosa ci facevo lì, e perché mai mi ero avventurato in una ricerca così idiota. Ma sono debole, perciò insisto.

Di tanto in tanto, l’idea arriva, ma non è mai completa. È sempre, puntualmente, una “mezza idea”. C’è bisogno di altre teste, e numerosi palleggi, per renderla un’idea degna di questo nome; braccia sapienti, occhi arrossati e innumerevoli caffé, per elevarla a “progetto”. Così inizia lo scambio – telematico, effimero e virtuale come tutto il resto – con persone che non vedevo da chissà quanto. O che non ho visto mai.

L’idea inizia a correre sul filo. Impulsi elettrici, scambi di elettroni assai più rapidi di me che dico “millisecondo”. O globuli di luce incredibilmente veloci, ma non abbastanza da non poterli vedere mentre percorrono chilometri, perforano le Alpi, attraversano a nuoto la Manica, fanno surf con le creste dell’Appennino: sudano, per portare l’idea là dove un occhio, benevolo o accigliato, potrà farla sua e restituirmela diversa.

Ma spesso finisce che sia l’idea a rincorrermi. Dimentico che ero stato io ad averla lanciata, e non lei a perseguitare me, e scappo, impaurito, realizzando che non sarà lei a salvarmi la vita, non questa volta.

/ incontri

Sulla strada per casa ho deciso di perdermi un po’. Devo aver descritto una “L”,  poi una “d” e una “s” con il mio cammino. Sarà durato un’oretta, a passo sostenuto, nella trance di qualche pensiero già svanito.

Purtroppo non ho resistito alla tentazione di produrre giudizi, durante il mio cammino. L’aspetto di questo o l’atteggiamento di quell’altro, le facce chiuse di chi non concede nulla e quelle mute di chi non ha voce in capitolo, gli sguardi che squadrano e quelli che ti passano attraverso, le persone che non sarò mai e quelle che non vorrei mai essere.

Giudizi affilati, che sembrano fatti per ferire gli altri, vigliaccamente.
E che invece fanno male solo a me.

/ città / incontri

L’altra sera ti ho dato il mio numero. Non sapevi nulla di me. Abbiamo parlato per venti, forse trenta minuti. Ora a quei minuti puoi associare un numero, l’unico fra tutti i numeri ad essere solo mio.

Dopo averlo trascritto sul retro di uno scontrino, senza farmi notare da nessuno, nella semioscurità del bancone del bar, con la foga di un ripensamento improvviso, ho avuto paura di aver tracciato male qualche cifra. Quel quattro non le sembrerà un nove (o viceversa)? O se avessi scritto, quasi in trance, un numero che non mi appartiene più?

Ti ho lasciato il biglietto con la stessa fretta con cui l’ho scritto. Ho avuto appena il tempo di scorgere un sorriso, ma non abbastanza da sentire un tuo eventuale richiamo, o di percepire un “ma questo è un quattro o un nove?”.

Questo pensiero fa tanto più male se penso che tra me e i numeri a me vicini non c’è alcuna possibilità di parentela, nessuna traccia di un mio passaggio, nessuna strada che riporti a me, anche armandosi di intuito ed immaginazione. Tutti i numeri possibili formano una immensa griglia, cui mi spetta una ben precisa e inescappabile cella. Cambiare una sola cifra significa lanciarsi nel vuoto, o dover affrontare la noia infastidita del mio casuale vicino di cella.

Provo a chiamare uno dei miei vicini, quello con il nove al posto del quattro. Suona. Risponde una donna. Non so che dire, ma vocalizzo comunque un “ehm”. Riattacco. Avrei voluto chiederle se qualcuno mi aveva cercato, ma che razza di domanda è?

Non è certo per tranquillizzarmi se mi perdo in questi ragionamenti. Ci sarebbero mille altri motivi per il tuo silenzio: hai perso quel pezzo di carta, sei stata risucchiata dal lavoro, hai trovato squalificante questa mia trovata, o hai semplicemente finto interesse nei miei confronti. Mi affido però all’ipotesi di un numero sbagliato, di una cifra fuori posto, perché è l’unica che mi concede la gentilezza di affidare la colpa ad un errore banale, ad una fredda questione matematica.

Rimango dunque qui col mio numero, nell’unica cella che mi compete, aspettando di poter dire “pronto”.

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