la possibilità / inventari

Quante sono le persone? A contarle, vorrei provare.

Ci sono gli amici dell’università, gli amici degli amici dell’università, quelli con cui hai diviso la casa, quelli con cui loro hanno diviso la casa, quelli visti durante una festa, alla fine di un concerto, in un bar. Prima di loro gli amici del liceo, dopo di loro i colleghi di lavoro. E i loro amici, e il loro lungo strascico di incontri fortuiti.

Ci sono amici che non dimenticherai mai, e quelli che, dicevi qualche anno fa, non avresti mai dimenticato. Ci sono le mani che hai stretto, molte delle quali non erano nemmeno persone, ma solo palmi e dita e sguardi durati quanto la pronuncia del tuo nome.

Ci sono i parenti. Di alcuni di loro rimane solo un nome, un’espressione del viso, la loro incerta posizione in un diagramma genealogico. Ci sono i famigliari, anche quelli che non ci sono più.

Ci sono gli amori passati, e quelli mancati. Persone più grandi, a volte enormi, da schiacciare le altre fuori dalla visuale. Facili da contare: i loro nomi compaiono a volte sulla superficie di uno specchio, o sul fondo di un bicchiere di vino.

Ci sono le persone conosciute durante le vacanze, quelle con cui hai giocato in spiaggia, quelle che hanno servito al tuo tavolo. C’è Gaetano, il bagnino scuro e rugoso come terra siccitosa, che per impressionarmi mostrava il palmo della mano destra, il cerchio perfetto scavato a forza di piantare ombrelloni nella sabbia.

Ci sono frotte di friends, followers, neighbours: non vere e proprie persone, quanto promesse di persone, impacchettate dentro un nome fantasioso e una minuscola foto. Grumi di opinioni e schegge di conversazioni, che possono inaspettatamente trasformarsi in respiri e tintinnare di bicchieri.

Ci sono i tuoi compagni di vagone, o di volo: come attori su un palcoscenico, personaggi da amare o da odiare, ma che quasi certamente non rivedrai mai più.
Ci sono i passanti che rivedi per caso una seconda volta, e già diventano persone.
C’è il fioraio pakistano, il cassiere pelato lentissimo, il postino che saluta di spalle.

Ora capisco: è impossibile contare le persone. Le persone vanno e vengono, chiudono le porte, le aprono. Si moltiplicano nel tempo di una serata, vengono decimate nel corso di un trasloco. Muoiono, persino.

Ecco, provo ora a ricontarle.
Uno, ci sei tu.

/ inventari / radici

contabilità

13 settembre

Guarda papà, ho trovato una tua busta paga del settembre 1968:
diarie viaggi di servizio: 11.380 lire / ore straordinario festivo: 6.200 lire / contributi sindacali: -670 lire

E l’agenda su cui appuntavi le spese di ogni giorno:
8 giugno: Gasolio (20) + Pane (3.20) + Spaghetti (1.60)

Ecco un pomeriggio tra le bancarelle, poche settimane fa:
16 agosto: Nocelline [sic] + Castagne: 3.50 euro

Le schedine vuote per il superenalotto, religiosamente conservate nel fodero della tabaccheria. Rate di mutui estinti, bollette pagate, rimborsi irpef, analisi del sangue. Nuoto tra le scartoffie che hai conservato per anni, da quelle scritte a macchina, su carte ingiallite e friabili, macchiate da timbri sfuocati, a quelle di pochi giorni fa, dai bordi minacciosi che tagliano le dita.

Vorrei sapere il codice PIN del tuo bancomat, trovare il numero per sbloccare il tuo cellulare, capire se questo lavoro ti è stato pagato o meno, scoprire forse debiti taciuti per orgoglio.

Se l’altro ieri ti avessi telefonato, magari alle nove di mattina, avrei potuto tranquillamente ricevere queste informazioni dalla tua voce serena e accomodante. Ti avrei ringraziato, mi avresti ricordato di chiamarvi più spesso, ci saremmo salutati.

Ma allora non avevo ancora alcun bisogno di tutte queste informazioni. Né potevo avere una speciale fretta di salutarti. Mi sentivo ancora leggero.

Non potevo immaginare che te ne saresti andato di lì a poco, con uno schiocco di dita, trascinandoti dietro ricordi, impegni e numeri privati, e lasciando qui a terra i nostri volti contratti, e un mucchio di insopportabile contabilità.

(a mio padre, 21.07.39 – 11.09.09)

/ inventari / memoria / radici

I pasti interrompono il giorno due, tre o più volte, come spazi tra le parole. Ci sono spuntini che sono virgole, e cene che segnano un punto e a capo.
Certi piatti mi sono rimasti impressi come improvvisi punti esclamativi, allusivi asterischi, o doppi punti interrogativi. Cerco di ricordarne qualcuno.

  • Zuppa di cipolle al forno. Il primo, delirante, anno da studente, quando la dieta era a base di ignoranza, cameratismo e fame. Quella sera, la nostra (passeggera) voglia di sperimentare, unita ad una improvvida scorta di pane duro, aveva prodotto una colossale teglia di pane raffermo, cipolle sbollentate e formaggio grattuggiato. Esperimento pericoloso e non senza vittime, ma riuscito.
  • Crème caramel. Si andava ogni tanto in quell’osteria in cui, ordinando dolci, portavano tutto ciò che potesse popolare i tuoi sogni più proibiti, senza il limite della quantità o della decenza. Era facile che tutto scivolasse in gara, a colpi di torta al limone, risate, panna cotta, grappini, profiteroles. E non importa quanto avessi mangiato prima, ma non potevo rinunciare ad affondare il mio cucchiaio, tremante, nel crème caramel.
  • Maki-sushi. Io ero scalzo, nonostante l’inverno, e tu mi guardavi con gratitudine, nonostante il mal di testa non ti avesse dato tregua neanche ai fornelli. Immergevo i maki nel piattino ikea, ti guardavo senza parlare, sentivo la corazza d’alga strapparsi sotto i miei denti. Era la prima volta che mangiavo giapponese. Ma anche questo l’avrei realizzato troppo tardi.
  • Linguine al dentice. La mia lunga vacanza sull’isola, fatta di limone e sale. Mi facevo servire al tavolo come un cliente qualunque, come uno straniero. Poi andavo a dare una mano agli altri, per ringraziarli del trattamento speciale e reintegrarmi nella società. Ma preferivo in ogni caso mangiare per i fatti miei, gustare la sola compagnia del pesce fresco, freschissimo, semicrudo.
  • Crema di zucca. Stasera, un paio di ore fa. Densa e omogenea come se non ammettesse repliche, arancione come una buona idea. Mi ha riempito di ricordi di piatti passati, ed eccoli qua.

/ inventari / sapori

Sono qui, ospite dell’isola da quasi venti giorni, e inizio a rendermi conto di non poter rimanere qui per sempre. Sarà che continuano a chiedermi quand’è che ho intenzione di partire.

Per rendere più tollerabile l’idea, provo a elencare qualche altra possibile meta:

  • La residenza estiva dell’imperatore Tito – un’altra isola – dove immagino tigri sdraiate sull’erba che ammirano il passaggio dei pavoni
  • Riga, Lettonia, prima che salgano sul palco i Sigur Ros
  • Una città serba, io che biascico “ziveli” reggendo in mano solo la terza rakja
  • Un’isola delle Egadi, una qualunque
  • Il mio letto a Milano, al risveglio dopo il primo temporale di fine estate, stringendo le coperte ancora troppo leggere, e cercando inutilmente di ricomporre i frame del sogno appena interrotto
  • Casa dei miei, imbolsito sul balcone a scrivere qualcosa per questo blog, aprendo compulsivamente il calendario per contare i giorni alla partenza

/ inventari / isole / viaggi