la possibilità / isole

sirene

21 agosto

Quello che non capisco è perché provate imbarazzo per la vostra coda. È solo grazie a lei se riuscite ad abbandonare di tanto in tanto la terraferma, per entrare nel vostro mondo liquido, leggero, capovolto.

Quando invece tornate in questo – il mio maledetto mondo in cui la gravità si prende gioco di ogni cosa – se solo provo a smascherarvi fingete di non aver mai avuto né coda né pinne, fate casualmente un profondo respiro che testimoni il vostro amore per l’ossigeno allo stato gassoso, e sorridete, imbarazzate, come di fronte alla fantasiosa domanda di un bambino.

So che ci siete. Confessate di saper cantare, ma sempre vi schernite quando vi si chiede di farlo. Scappate con un guizzo, quando vi si tenta di afferrare. Comprendete solo a metà le balorde regole di noi umani. Soffrite, mute, se costrette tra le mura di un acquario. Sapete di mare, ma non lo volete dire.

Anch’io ho un segreto: navigo senza meta, da anni, col pretesto di tornare in una patria puramente ipotetica, ma so che l’unico posto in cui getterei l’ancora è l’isola dalla quale si alza, sommesso, il vostro canto.

/ incontri / isole

non credere

13 agosto

Sono tornato in quel posto di cui ti parlavo poco più di un anno fa.

Appena oltre le ultime case, sotto allo spiazzo in cui fanno il cinema all’aperto, là dove c’è la finanza, c’è quel baretto.
Dalla sua piccola terrazza si domina la caletta, la scuola velica con le schiere di natanti, lo spiazzo in cui atterrano gli elicotteri (ma mai ne ho visti), il canneto che – come ho scoperto – non nasconde solo il cimitero, ma anche un minuscolo sentiero di erba calpestata che lascia entrare nell’area archeologica chi non ha il biglietto.

Il bar è fin troppo semplice. Sull’insegna c’è un gabbiano, naturalmente cartoon, e nel retro un biliardino, scaldato a volte da braccia rissose e precocemente invecchiate dal sole.

Tutto lì è gentilmente fuori moda, e allude a un passato privo di pensieri, che nel frattempo no, non sono ancora arrivati. La proprietaria, i suoi riccioli raccolti e le sue labbra innaturali, hanno l’aria di avere molte storie da raccontare. Forse banali storie di scappatelle estive, molti anni fa, o l’altro ieri.

Quando ero venuto qui per la prima volta, dalle due casse ai lati della terrazza, piccole quanto tutto il resto, veniva la voce di, non so, Mina? Sembrava la replica di una commedia estiva in bianco e nero.

Sorseggiando il mio succo, avevo registrato qualche secondo di quella scena.
Oggi ho finalmente scoperto il titolo di quella canzone: era “non credere”.

/ incontri / isole / memoria / viaggi

Le dune, i crateri e le steppe di Fuerteventura sono interrotte da caseggiati turistici. Tutti ironicamente uguali, ma disposti in file tanto regolari da non lasciare spazio ad alcuna ironia.

Non importa quanto distanti dalla propria patria, i turisti amano sentirsi a casa, e hanno punteggiato con angoli di educato, lindo e borioso occidente anche questo scoglio al largo delle coste africane.

Le gru e i cartelli for sale sono un po’ dappertutto. Terminato un lotto, ci si ritrova di nuovo, all’improvviso, nella steppa più desolata, rossastra e pietrosa, ad affrontare tutta la sua spigolosa retorica di ostilità. Un’ostilità di facciata, perché nessuno di quei sassi ti salterà mai addosso. Non so se si possa dire lo stesso dell’immagine di questi caseggiati.

Raggiunte le dune, riesco però a ritrovare l’isola. Cammino sulla sabbia e comprendo tutto il disagio della vita urbana: l’avvilimento a cui i miei piedi sono costretti dalle superfici piane, l’accidia a cui la mia mente è condannata da marciapiedi e incroci, stanze e corridoi.

Salto fra le dune, affondo, riemergo. Disegno percorsi, vario il ritmo ad ogni passo. Ogni linea è curva, in tutte e tre le dimensioni. Mi perdo, e poi fingo di perdermi. Lecco gli angoli di questo labirinto di cespugli e sabbia. Cerco impronte, indovino il passaggio di scarpe, ciabatte, zampe. Trovo sassi, persi quanto me.

/ caos / isole / viaggi

“Sempre più difficile volare”, leggevo in prima pagina. Scioperi, manifestazioni, disagi. Ma è più forte il disagio di rimanere a terra, e ho preso il mio biglietto.

Per qualche giorno volerò via. Prenderò due aerei, per guadagnare una sufficiente distanza, e poi, su due isole, galleggerò. Se non puoi – o non sai più – volare, almeno galleggia.

Sarebbe più facile volare se il mondo fosse la mia ostrica, come dice chi è in grado di trovarsi ovunque a proprio agio. Di per certo, il mondo in cui vivo ora è la mia grotta. Così mi sono apparse le guglie del duomo questo pomeriggio: perforavano orgogliosamente l’umidità dell’aria come un esercito di stalagmiti.

/ città / isole / viaggi

Sono qui, ospite dell’isola da quasi venti giorni, e inizio a rendermi conto di non poter rimanere qui per sempre. Sarà che continuano a chiedermi quand’è che ho intenzione di partire.

Per rendere più tollerabile l’idea, provo a elencare qualche altra possibile meta:

  • La residenza estiva dell’imperatore Tito – un’altra isola – dove immagino tigri sdraiate sull’erba che ammirano il passaggio dei pavoni
  • Riga, Lettonia, prima che salgano sul palco i Sigur Ros
  • Una città serba, io che biascico “ziveli” reggendo in mano solo la terza rakja
  • Un’isola delle Egadi, una qualunque
  • Il mio letto a Milano, al risveglio dopo il primo temporale di fine estate, stringendo le coperte ancora troppo leggere, e cercando inutilmente di ricomporre i frame del sogno appena interrotto
  • Casa dei miei, imbolsito sul balcone a scrivere qualcosa per questo blog, aprendo compulsivamente il calendario per contare i giorni alla partenza

/ inventari / isole / viaggi

incipit (#1)

21 luglio

Oggi ho iniziato a scrivere.

Sono arrivato da poche ore sull’isola.
Ho ripreso a respirare, e ho rivisto le stelle. Tutte.

Le strade sono molto più strette, l’aria infinitamente più leggera, i sapori e gli odori complessi, le conversazioni lente, pacate, prive di conseguenze.

Ho avuto l’impressione di un jet lag, in cui a cambiare non è il fuso ma il ritmo della vita, e ho pensato a tutte le volte che, sovrappensiero, ho avuto l’impressione di scrivere, senza farmi leggere o criticare da nessuno, senza chiedere il favore di essere ascoltato, senza beccare una lira, senza sentirmi ridicolo, senza farmi bello, senza ricordare cosa avessi scritto un secondo prima.

Cosa si prova a scrivere davvero?

/ isole / viaggi