la possibilità / memoria

l’anno, il nuovo

1 gennaio

Sono ripartito in treno quando l’alba era già terminata, senza permettere al sonno di interrompere il filo del discorso che mi ha trascinato nell’anno nuovo.

Ho visto la città riprendere vita sotto i cocci di vetro, e illuminarsi di una illusoria luce di novità. La cosa più nuova, in realtà, sono forse i miei propositi. Ma persino questi direi che ricalcano in buona parte quelli dell’anno passato, forse con un goccio di determinazione, una virgola di preparazione e un tremito di disperazione in più.

Di sicuro sono nuovi i miei ricordi: freschi e ancora umidicci di pioggia e sudore. Durante la cena le urla, gli applausi compulsivi, le battute becere in caduta libera tra quelle sagaci, e le parole dette sottovoce, per ostinato vizio alla complicità. Noi quattro abbracciati a cerchio come facevamo ai tempi dell’università, diventando poi sei, poi dieci e passa nel corso della serata. Lo scomporsi e il ricomporsi della comitiva nel pellegrinaggio tra viuzze e locali. Lo spagnolo che attacca bottone a fine serata parlando di nubi, per poi tentare di baciarmi. Il mare all’alba, talmente opaco ma con un colore talmente intenso da sembrare scolpito in pietra turchese.

Nel frattempo i vecchi rancori, i passati errori, i trascorsi dolori, mi sono sembrati solo parole messe in rima per nobilitare avanzi di passato. Tutto chiuso in barattoli separati, che dovremo certamente riaprire, ma per pigrizia eviteremo di farlo fino all’ultimo.

Ho fatto il pieno di energie nuove, quindi, ed è solo per comodità se le chiamerò “duemilaedieci”.

/ incontri / memoria / viaggi

piccole cicatrici

24 novembre

Guardandomi le mani ho ritrovato tutte le cicatrici, vecchie e nuove, che periodicamente mi ricordano piccoli dolori passati: gesti sbagliati rimasti scritti sulla pelle per qualche giorno, o per sempre.

Questa linea rossa sottile e crostosa lungo l’anulare sinistro, ancora fresca di unghia di gatto, mi ricorda: certe cose si fanno per gioco, ma le loro conseguenze sono molto reali.

Questo segno a V, lembo di pelle scoperchiata, sulla nocca del pollice destro significa: non cercare con troppa insistenza di piegare alla tua volontà le cose – specie se hanno bordi sottili di alluminio – o le cose cercheranno di piegare te.

Questo cerchietto liscio, sul polso, ammonisce: non reagire subito al fastidio – anche se è insopportabile quanto il prurito della varicella – o commetterai qualcosa che ti segnerà per sempre.

Se non solo i gesti, ma anche le parole avventate lasciassero segni sul corpo, avremmo le labbra tempestate da piccoli tagli, macchie attorno al mento, suture a bordo lingua: ognuno a ricordarci che certe parole e certe frasi, per nostra ingenuità o per la semplice natura perversa delle situazioni, ci possono tornare contro, lasciandoci un dolore breve ma intenso, e un marchio duraturo.

Purtroppo, però, questo dolore non lascia alcun segno visibile sulla nostra pelle: nulla ci ammonisce a non ripetere, mille e mille volte, le stesse stupide parole.

/ memoria / parole

contabilità

13 settembre

Guarda papà, ho trovato una tua busta paga del settembre 1968:
diarie viaggi di servizio: 11.380 lire / ore straordinario festivo: 6.200 lire / contributi sindacali: -670 lire

E l’agenda su cui appuntavi le spese di ogni giorno:
8 giugno: Gasolio (20) + Pane (3.20) + Spaghetti (1.60)

Ecco un pomeriggio tra le bancarelle, poche settimane fa:
16 agosto: Nocelline [sic] + Castagne: 3.50 euro

Le schedine vuote per il superenalotto, religiosamente conservate nel fodero della tabaccheria. Rate di mutui estinti, bollette pagate, rimborsi irpef, analisi del sangue. Nuoto tra le scartoffie che hai conservato per anni, da quelle scritte a macchina, su carte ingiallite e friabili, macchiate da timbri sfuocati, a quelle di pochi giorni fa, dai bordi minacciosi che tagliano le dita.

Vorrei sapere il codice PIN del tuo bancomat, trovare il numero per sbloccare il tuo cellulare, capire se questo lavoro ti è stato pagato o meno, scoprire forse debiti taciuti per orgoglio.

Se l’altro ieri ti avessi telefonato, magari alle nove di mattina, avrei potuto tranquillamente ricevere queste informazioni dalla tua voce serena e accomodante. Ti avrei ringraziato, mi avresti ricordato di chiamarvi più spesso, ci saremmo salutati.

Ma allora non avevo ancora alcun bisogno di tutte queste informazioni. Né potevo avere una speciale fretta di salutarti. Mi sentivo ancora leggero.

Non potevo immaginare che te ne saresti andato di lì a poco, con uno schiocco di dita, trascinandoti dietro ricordi, impegni e numeri privati, e lasciando qui a terra i nostri volti contratti, e un mucchio di insopportabile contabilità.

(a mio padre, 21.07.39 – 11.09.09)

/ inventari / memoria / radici

non credere

13 agosto

Sono tornato in quel posto di cui ti parlavo poco più di un anno fa.

Appena oltre le ultime case, sotto allo spiazzo in cui fanno il cinema all’aperto, là dove c’è la finanza, c’è quel baretto.
Dalla sua piccola terrazza si domina la caletta, la scuola velica con le schiere di natanti, lo spiazzo in cui atterrano gli elicotteri (ma mai ne ho visti), il canneto che – come ho scoperto – non nasconde solo il cimitero, ma anche un minuscolo sentiero di erba calpestata che lascia entrare nell’area archeologica chi non ha il biglietto.

Il bar è fin troppo semplice. Sull’insegna c’è un gabbiano, naturalmente cartoon, e nel retro un biliardino, scaldato a volte da braccia rissose e precocemente invecchiate dal sole.

Tutto lì è gentilmente fuori moda, e allude a un passato privo di pensieri, che nel frattempo no, non sono ancora arrivati. La proprietaria, i suoi riccioli raccolti e le sue labbra innaturali, hanno l’aria di avere molte storie da raccontare. Forse banali storie di scappatelle estive, molti anni fa, o l’altro ieri.

Quando ero venuto qui per la prima volta, dalle due casse ai lati della terrazza, piccole quanto tutto il resto, veniva la voce di, non so, Mina? Sembrava la replica di una commedia estiva in bianco e nero.

Sorseggiando il mio succo, avevo registrato qualche secondo di quella scena.
Oggi ho finalmente scoperto il titolo di quella canzone: era “non credere”.

/ incontri / isole / memoria / viaggi

il funambolo

27 luglio

Il servizio civile l’ho fatto in un museo. Non so se potevo definirmi più guardiano o più guida. Il mio lavoro consisteva nel gironzolare tra le sale (ma solo se mi andava), indicare la collocazione dei bagni, inventare risposte credibili a domande lecite ma fastidiose, e, quando andava male, salire e scendere la scala a chiocciola della torre della specola, aprire e chiudere porte e tende.

Quando andava bene, ovvero quando la stagista si rassegnava a coprirti, potevi fuggire con colleghi, amici o amanti in cima alla torre, tenere sott’occhio le vie del quartiere universitario, e fare tutto ciò che si può voler fare di nascosto ma con la speranza di essere ammirati da tutti.

Dieci mesi sono passati come fossero dieci anni. Va bene, sto esagerando. Diciamo allora come sei anni: sono stati la sintesi della vita universitaria appena passata, e l’ultimo periodo senza pensieri, prima di affrontare la laurea, l’esodo di così tanti amici, le velleità imprenditoriali e la fine di un intenso altalenante amore.

È stata una parentesi immobile in un mare di possibilità.

Dalle grandi finestre della sala dei libri, nell’aria fresca e secca prodotta a beneficio di quei tomi settecenteschi – e del mio umore, nelle giornate estive – mi fermavo spesso a guardare il cortile in basso, popolato da un ercole di pietra, e da molli studenti intenti a sfumacchiare e divorare piadine.

Mi sembrava di vedere, tra la mia finestra e quella di fronte, un filo semitrasparente. E se vedevo quel filo, vedevo anche me con un’asta in mano, poggiare un piede davanti all’altro e sperare di non cadere. Non dovevo fare altro che passare, quasi in trance, ingoiando i brividi e rifiutando di guardarmi alle spalle.
E così passarono quei dieci mesi.

/ memoria

promemoria

16 luglio

No, non è vero che dimentico le cose: di tutto conservo traccia, ma sotto forma di tratti spezzati e sagome sbiadite, come su una lavagnetta cancellata svogliatamente a gesso secco.

Accolgo poi questi ricordi, rimescolati e filtrati, secondo una precisa grammatica della malinconia, nella quale “dimenticare” è verbo intransitivo.

/ memoria