la possibilità / numeri

Cinquantotto, cinquantanove, sessanta.

Sbatto la schiena a terra dopo l’ultimo piegamento, fisso il soffitto con la bocca spalancata che vorrebbe divorare l’intera stanza. Negli occhi piccoli lampi di luce: forse sinapsi che esplodono, cancellando passaggi di sillogismi che davo per scontati.

Dimentico di me nel conteggio di flessioni e trazioni: tutto diventa numero e ripetizione. Mi dimentico e mi ritrovo, con nuova consapevolezza, come se fino ad allora mi fossi sempre ingannato. Ricordo così di essere pura carne, e sangue e ossa e giunture, e che tutto è sempre stato numero, e sempre sarà ripetizione.

Il cuore fa da motore e nulla più: non oggetto di vacue discussioni romantiche, non pompa di emozioni debordanti, non sasso che stringe in gola, non sagoma da segnare su vetri appannati.

(Non mi tormentare, da bravo, fa’ solo il tuo lavoro: fa’ che la mia, e la tua unica preoccupazione, sia solamente la manutenzione del corpo.)

/ numeri

Questo giorno è un multiplo di 3. Pensi che siano così un giorno sì e uno no, mentre invece non sono così frequenti. Ma continuano a presentarsi, con strana regolarità.

Non parlo del “numero”, della data, anche perché oggi è 29, che non vuole essere multiplo di alcunché. Parlo di quella mappa dei giorni che ognuno di noi si figura, nella quale i giorni – quadrati con dentro un numero, per chi ha poca fantasia – si assomigliano, si legano, si richiamano, si collegano, si mettono in fila, creano una tessitura o, per i più abili, una partitura.

Questo giorno è un multiplo di 3, speciale perché fatto di cose che dovevi fare, e che non sei riuscito a fare ieri (o l’altro ieri); banale perché segnato da occasioni mancate, che forse l’avrebbero reso degno di ricordo.

I giorni multipli di 2, se li guardi sulla tua mappa, disegnano una scacchiera, un reticolo che alla distanza stinge in un grigio indistinto. Allo stesso modo, infinite domeniche multipli di 7 creano lunghe, tediose, linee verticali, nelle mappe di chi lavora cinque giorni a settimana.

Se li guardi tutti in fila, invece, i giorni multipli di 3 disegnano una trama di righe diagonali, una campitura che avvolge il tuo tempo intero, e ne mostra forse il ritmo più autentico, e nascosto.

Ci sono poi giorni, meno frequenti, che disegnano tempeste di neve, sentieri di formiche, o mosse del cavallo sulla scacchiera di prima, sfuggendo apparentemente ad ogni regolarità, ma solo per un nostro difetto di attenzione.
E giorni che rimangono da soli: assurdi, sorprendenti, puntini sulla mappa, in attesa di una replica che ne riveli – finalmente – di cosa dovrebbero essere multiplo.

/ caos / giorni / numeri

L’altra sera ti ho dato il mio numero. Non sapevi nulla di me. Abbiamo parlato per venti, forse trenta minuti. Ora a quei minuti puoi associare un numero, l’unico fra tutti i numeri ad essere solo mio.

Dopo averlo trascritto sul retro di uno scontrino, senza farmi notare da nessuno, nella semioscurità del bancone del bar, con la foga di un ripensamento improvviso, ho avuto paura di aver tracciato male qualche cifra. Quel quattro non le sembrerà un nove (o viceversa)? O se avessi scritto, quasi in trance, un numero che non mi appartiene più?

Ti ho lasciato il biglietto con la stessa fretta con cui l’ho scritto. Ho avuto appena il tempo di scorgere un sorriso, ma non abbastanza da sentire un tuo eventuale richiamo, o di percepire un “ma questo è un quattro o un nove?”.

Questo pensiero fa tanto più male se penso che tra me e i numeri a me vicini non c’è alcuna possibilità di parentela, nessuna traccia di un mio passaggio, nessuna strada che riporti a me, anche armandosi di intuito ed immaginazione. Tutti i numeri possibili formano una immensa griglia, cui mi spetta una ben precisa e inescappabile cella. Cambiare una sola cifra significa lanciarsi nel vuoto, o dover affrontare la noia infastidita del mio casuale vicino di cella.

Provo a chiamare uno dei miei vicini, quello con il nove al posto del quattro. Suona. Risponde una donna. Non so che dire, ma vocalizzo comunque un “ehm”. Riattacco. Avrei voluto chiederle se qualcuno mi aveva cercato, ma che razza di domanda è?

Non è certo per tranquillizzarmi se mi perdo in questi ragionamenti. Ci sarebbero mille altri motivi per il tuo silenzio: hai perso quel pezzo di carta, sei stata risucchiata dal lavoro, hai trovato squalificante questa mia trovata, o hai semplicemente finto interesse nei miei confronti. Mi affido però all’ipotesi di un numero sbagliato, di una cifra fuori posto, perché è l’unica che mi concede la gentilezza di affidare la colpa ad un errore banale, ad una fredda questione matematica.

Rimango dunque qui col mio numero, nell’unica cella che mi compete, aspettando di poter dire “pronto”.

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