la possibilità / parole

piccole cicatrici

24 novembre

Guardandomi le mani ho ritrovato tutte le cicatrici, vecchie e nuove, che periodicamente mi ricordano piccoli dolori passati: gesti sbagliati rimasti scritti sulla pelle per qualche giorno, o per sempre.

Questa linea rossa sottile e crostosa lungo l’anulare sinistro, ancora fresca di unghia di gatto, mi ricorda: certe cose si fanno per gioco, ma le loro conseguenze sono molto reali.

Questo segno a V, lembo di pelle scoperchiata, sulla nocca del pollice destro significa: non cercare con troppa insistenza di piegare alla tua volontà le cose – specie se hanno bordi sottili di alluminio – o le cose cercheranno di piegare te.

Questo cerchietto liscio, sul polso, ammonisce: non reagire subito al fastidio – anche se è insopportabile quanto il prurito della varicella – o commetterai qualcosa che ti segnerà per sempre.

Se non solo i gesti, ma anche le parole avventate lasciassero segni sul corpo, avremmo le labbra tempestate da piccoli tagli, macchie attorno al mento, suture a bordo lingua: ognuno a ricordarci che certe parole e certe frasi, per nostra ingenuità o per la semplice natura perversa delle situazioni, ci possono tornare contro, lasciandoci un dolore breve ma intenso, e un marchio duraturo.

Purtroppo, però, questo dolore non lascia alcun segno visibile sulla nostra pelle: nulla ci ammonisce a non ripetere, mille e mille volte, le stesse stupide parole.

/ memoria / parole

incipit (#2)

2 agosto

Saremmo portati a credere che l’autore di queste parole sia una persona.
Le persone provano emozioni, hanno ricordi, sbagliano aggettivi. Le persone viaggiano, e hanno un posto in cui tornare, rannicchiarsi, e trarre una morale da ciò che è passato davanti ai loro occhi.

È mia convinzione, invece, che all’origine di queste parole non ci sia altro che un buco. È lì dentro che, giorno dopo giorno, finiscono ricordi, immagini e sensazioni che non appartengono a nessuno: si accumulano come pioggia e sabbia, si raggrumano, muti e al riparo da ogni sguardo.
Arriva però il momento in cui traboccano: basta un istante perché disegnino una corona di macchie e striature lungo i bordi, guidate dal caso, ma nonostante ciò simmetriche, come quei test di Rorschach usati dagli strizzacervelli.

Sono convinto, dunque, che queste parole siano le tracce di passate esondazioni, decise da lunghi cicli climatici e da istantanei giochi del caso, e offerte alla curiosità e al diletto di chi si trova a passare di qui.

/ caos / parole

l’ospite

2 giugno

Suona il citofono.

- Sssì, chi è?
- Ciao!
- Ehm, ciao… chi sei?
- Sono la frase ispirata che cercavi da un po’
- Scusa?
- Sì, quell’immagine che ti serviva per dare un senso compiuto a giorni e giorni di sensazioni sconnese: la pasta di sale che lega le tue schegge di prosa, quelle con cui adornavi il silenzio obbligato tra una fermata di metro e l’altra
- Ah, tu… Ma ti pare questa l’ora di arrivare??
- Beh, forse eri tu a non avermi cercato…
- Perchè, sentiamo, credi davvero di essere così risolutiva?
- Mmmmh no… però almeno ti preparo per chi verrà dopo di me, noh?
- E chi dovrebbe venire dopo di te?
- Forse una frase migliore… Pensa: potrebbe essere la frase capace di catturare l’illogica allegria di certe mattine, il moto delle foglie, o il suono di una rivelazione
- Ma se passassi il tempo ad aspettare che una frase migliore bussi alla mia porta, le mie giornate scorrerebbero mute di fronte ad un citofono…

Credo stia trattenendo una risatina sardonica.
Apro.

/ giorni / parole

la soluzione

24 maggio

Ultimamente mi raccontavo storie sempre più brevi.
Avevo fretta di arrivare alla soluzione, come un adolescente alle prese col sesso.

Negli episodi della mia vita, di contrappasso, la soluzione sembrava non arrivare mai. Non capivo bene il perché, finché non ho trovato la parola giusta.

La parola mi è stata suggerita una sera di marzo, mentre lasciavo l’ufficio, annoiato più che stanco. La targhetta alla quale avevo appoggiato il dito per uscire diceva “apriporta”. Non so perché, ma sentivo che questa parola aveva qualcosa da dirmi. Sulla via del ritorno ho provato ad anagrammarla, finché non ne è uscito fuori (scartando qualche lettera) “aporia“. Che vuol dire?

L’ho scoperto più tardi, rientrando a casa:

l’impossibilità di dare una risposta precisa ad un problema, poiché ci si trova di fronte a due soluzioni che per quanto opposte sembrano entrambe apparentemente valide

/ parole

Qui la storia è completa. È dalla scorsa estate che trascrivo le impressioni di questo turista malinconico. Tutto quello che potevo raccontare su di lui è nei messaggi scritti fino ad oggi in questo blog: non sento la necessità di aggiungere altro.
Quello che verrà dopo ancora non lo so.

La mia raccolta è stata assolutamente arbitraria – e per questo veritiera – ma non potrei aggiungere nuovi episodi senza ripetere, richiamare o ribadire ciò che ho già detto.

La sua storia è tutta – ti giuro, tutta – qui:
nei fili colorati ammassati dentro una valigia
nei morsi dati a biscotti generosi, più che buoni
nelle feste imprecise, rumorose
nella zucca rubata da una di queste feste, e sciolta in zuppa di ricordi
nelle strade disegnate a passo monotono
nella difficoltà di calcolare il peso della neve, quando ti travolge
nelle pretese degli agenti atmosferici
nelle promesse mantenute da aerei, treni e traghetti
nei concerti che, non li sentivi, ma erano lì a fare da sottofondo
nei numeri in fila, che sempre sembrano precisi, anche quando non sono esatti
nelle isole reali
e in quelle inventate, per farsi compagnia

Ci sono altre cose, tante, di cui non ti ho parlato, ma se non l’ho fatto quando era il momento, perché farlo ora? E ci sono verità che ho fatto slittare, leggermente, cambiandone le direzione, ricamandoci su.

Ma se non ci fossero segreti, e se non ci fossero bugie, dimmi, che ne sarebbe della possibilità?

/ parole

ci vuole un seme

13 gennaio

Per raccontarti di questo impossibile inverno, che sta cancellando ogni cosa, ci vuole il giusto pretesto, che mi faccia meritare ancora un po’ del tuo tempo e della tua pazienza.

Per trovare il giusto pretesto, forse è sufficiente quella battuta che un secondo fa, mentre parlavi, mi è passata per la testa, lasciandomi un sorriso di cui non potevi capire la ragione.

Per servirti quella battuta, dovrò farti arrivare la mia voce senza ambiguità attraverso questa stanza affollata, e farlo in fretta, prima che la battuta scappi, il discorso cambi rotta, l’inverno torni.

Per farti arrivare la mia voce, ci vogliono parole misurate e dette col giusto ritmo, accostando furtivamente le mie labbra al tuo orecchio, perché la voce non si disperda in questa nebbia di musica, odore di sigaretta e parole già dette.

Per accostarmi a te, misurando le parole, servono la lucidità e l’indifferenza che mi hanno appena abbandonato, serpeggiando dal retro delle ginocchia. Dico allora qualcosa, non ricordo cosa.

Per spiegarmi meglio, dovrei rivelarti il turbamento che provo, e lasciarlo in ostaggio alla tua comprensione.

Ma per spiegarti il turbamento che provo, la maniera che ho è una sola: devo raccontarti di questo impossibile inverno, che sembra abbia già cancellato ogni cosa.

/ incontri / parole

- Posso paragonarti ad un giorno di pioggia?
- Uhm… primaverile, autunnale o invernale?
- Di marzo inoltrato. Ma avrei anche potuto dire estivo, eh.
- A goccioloni, mista a grandine o sottile?
- Mmmh… media. Con una solenne scrosciata a metà.
- Con o senza vento? Ovvero: verticale, diagonale o quella che ti sbatte in faccia?
- Diagonale, insolente, con qualche folata a sorpresa, orizzontale.
- A casa, ad immalinconirsi alla finestra, o in strada ad implorarne la fine? O in spiaggia, raccogliendo le cose in fretta…
- Fuori, mentre vai al lavoro, con un po’ di muso, e pensi alla risposta giusta per il tuo capufficio.
- Improvvisa o covata a lungo? Si sentiva già quell’odore di foglie umidicce?
- No, improvvisa. Di quelle che ti fanno scappare sotto un balcone e correre verso il successivo. Quelle che ti mettono nell’imbarazzo tra proseguire o tornare a casa.
- Sì, oggi sono un po’ così.

Perché l’importante non è capirsi – obiettivo forse irraggiungibile – ma fraintendersi col giusto ritmo.

/ giorni / parole

Bolzano è una città austriaca piena di insegne italiane. Graziosa, ospitale, ma in cui ti senti immigrato prima che turista.

L’ho scoperta questo weekend. La prima sera, dopo i dovuti giri (di strade e di birre), decidono di portarmi in una discoteca in centro. Storcono un po’ il naso, ironizzano, ma è uno dei pochi posti aperti a quell’ora, ed è a due passi da casa.

Si entra, si scende. La sala è semivuota, vulnerabile. Saltano subito agli occhi le crepe nel pavimento, le occhiaie della barista e il nervosismo del DJ. Gli specchi che corrono lungo la parete danno alla sala l’aria di essere stata arredata in un momento indefinito degli anni ‘80. E agli angoli, due pali da lapdance di dimensioni regolamentari, per permettere alle clienti più esibizioniste di rendersi ancora più esibizioniste.

Il richiamo della discoteca fa il suo corso, e dopo un po’ la sala si riempie. Non ci sono regole: si vedono teenager, ventenni, trentenni e fuori tempo massimo; bolzanesi teutonici, bolzanesi italioti, indiani, cinesi, sudamericani; chi in giacca, chi casual, chi interpreta la propria idea di hipster, chi incarna il tedesco in vacanza, e chi, come due ragazze, indossa con naturalezza il tradizionale vestito tirolese, tutto pieghe e merletti.

Se ci penso, è strano: nessuno sembra giudicare l’altro (certo, si fa per dire). Il tizio in calzettoni bianchi, il magnaccia dai capelli unti, le tirolesi, la bionda al palo, la coppia di cinquantenni che balla la disco alla maniera del liscio: nessuno di loro fa notizia, o impedisce agli altri di sentirsi “cool”.

Forse è qui che va usata quella parola che si canta a squarciagola nell’inno dell’OktoberFest: gemuetlichkeit, spirito di serenità, calore famigliare e accettazione sociale. Una parola intraducibile, col suo lost in translation: un atteggiamento così semplice, ma per molti così difficile da nominare.

/ caos / città / parole / viaggi

di pietra

10 ottobre

Non ho mai – veramente – conosciuto mio nonno. Intendo quello dei due che avrei potuto conoscere. L’altro è scomparso poco prima che io nascessi. Lui invece ha atteso il mio sesto anno d’età.

Mi è stata da poco rivelata una cosa: lui scriveva, poesie.

Beveva molto mio nonno, litigava con mia nonna, si chiudeva al piano di sopra, nella sua casa, l’ultima andando verso la cima del monte, e scriveva. Cosa, non lo saprò mai: i suoi scritti erano conservati dentro un sacco, e così com’erano sono stati presi e affidati al cassonetto, assieme agli altri oggetti quotidiani e banali scartati dal novero dei ricordi.

Non credo fossero granché le sue poesie, ispirate dall’alcool e scritte in un chiuso dialetto tutto apostrofi. Ma che sapore potevano mai avere le sue parole?

Avete presente il paese di mio nonno? Si stende tutto in verticale, aggrappato come può alla parete della montagna, e ogni cosa lì è di pietra: le case, le strade, il paesaggio attorno, il cielo, gli zigomi, la lingua, le parole che ci si scambia – urlando sempre un po’, con chiunque, ma non per rabbia.

Le sue parole forse erano pesanti come sugna, acidule e persistenti come vino d’inchiostro, scioccanti come formaggio coi vermi. Non riesco a immaginarle dolci come cartellate, ma può darsi che lo fossero.

Non l’ho veramente conosciuto, mio nonno, né conoscerò mai le sue poesie, ma immagino questo: se metto una metropoli al posto del suo villaggio, un modesto bicchiere di rum invece del fiaschetto di vino, la tastiera di un portatile dove c’era una matita, mi sento un po’ come lui, armato di parole contro tutta la pietra qui attorno.

/ parole / radici

leave me, la malattia

10 settembre

I nostri drogherie e uno dei negozi online che veramente cura per la loro reputazione, e non dovete aver paura.

Questo e un drogherie negozio online che e attraente e prezzi accessibili e offre prodotti generici a basso costo.

Normalmente le persone hanno alcune esitazioni su ordinazione on-line.

Anche oggi ho trovato la posta piena di queste poesie combinatorie.
Parlano di paure, opportunità uniche, sogni di ricchezza e problemi intimi, usando la lingua approssimativa di un venditore ambulante insistente (e forse avvinazzato).

Negli anni queste lettere – che altri chiamano “spam” – si sono fatte sempre più precise, sottili, amichevoli.
Dalle prime che urlavano, distorcevano le parole, confondevano i numeri, a quelle che annunciavano con esasperante foga le ultime news, fino a queste, piene di promesse confuse, ma sintetiche e svagate da colpire l’immaginazione.

Infine, ottenere cio che si meritano. Completamente solo pittori e costosi sacchi. Il nostro valigie sono state veramente felice che siamo in grado di garantire a voi. Potrete trovare tutto qui e ora.

Probabilmente tra pochi anni queste mail non esisteranno più: saranno diventate talmente precise da farci dimenticare che sono solo un gioco combinatorio, il sogno di uno script.

/ caos / parole