la possibilità / viaggi

“Seguimi, so la strada” – dicevo.

Era falso, ma non mentivo. La strada che avevo in mente era quella bianca e gialla, col nome scritto sopra, che passava attraverso blocchi di uniforme grigio chiaro. Era quel centro città immaginario che portavo ripiegato in tasca: senza passanti, senza vetrine, ma soprattutto senza te. Una strada vergine di passi e di esitazioni.

All’inizio tutto mi sembrava così chiaro. Inutile controllare la mappa, bastava mantenere la giusta direzione. E parlavamo, scambiandoci battute a passo sostenuto, deviando di tanto in tanto, distratti da uno scorcio curioso, o dal capriccio di un incrocio.

Le strade principali spingevano in linea retta gli innumerevoli passeggiare, per riprendere poi fiato nelle piazze. Lì parlavamo poco, il brusio attorno diceva già troppo. Riprendevo allora il discorso nelle strade laterali, davanti alla ipsilon dei bivii, nei sottoquartieri irregolari, sfuggiti al fascismo ortogonale della pianificazione.

A volte però qualcosa non tornava, e rimanevamo muti. Passando per la terza volta davanti allo stesso ristorante, ero ormai sicuro di aver perso il filo. Mi avevi seguito ciecamente, senza avere idea di dove stessimo andando, forse senza alcuna intenzione di raggiungere alcunché.

Cercavo di guidarti in una città che io stesso non conoscevo, forte del fatto che se esiste una mappa, esiste un punto di vista a volo d’uccello, nel quale non siamo altro che due teste impegnate nel loro percorso. Esiste forse anche una via di fuga, che ti è sempre sfuggita, e di quella andavo ragionando assieme a te.

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l’anno, il nuovo

1 gennaio

Sono ripartito in treno quando l’alba era già terminata, senza permettere al sonno di interrompere il filo del discorso che mi ha trascinato nell’anno nuovo.

Ho visto la città riprendere vita sotto i cocci di vetro, e illuminarsi di una illusoria luce di novità. La cosa più nuova, in realtà, sono forse i miei propositi. Ma persino questi direi che ricalcano in buona parte quelli dell’anno passato, forse con un goccio di determinazione, una virgola di preparazione e un tremito di disperazione in più.

Di sicuro sono nuovi i miei ricordi: freschi e ancora umidicci di pioggia e sudore. Durante la cena le urla, gli applausi compulsivi, le battute becere in caduta libera tra quelle sagaci, e le parole dette sottovoce, per ostinato vizio alla complicità. Noi quattro abbracciati a cerchio come facevamo ai tempi dell’università, diventando poi sei, poi dieci e passa nel corso della serata. Lo scomporsi e il ricomporsi della comitiva nel pellegrinaggio tra viuzze e locali. Lo spagnolo che attacca bottone a fine serata parlando di nubi, per poi tentare di baciarmi. Il mare all’alba, talmente opaco ma con un colore talmente intenso da sembrare scolpito in pietra turchese.

Nel frattempo i vecchi rancori, i passati errori, i trascorsi dolori, mi sono sembrati solo parole messe in rima per nobilitare avanzi di passato. Tutto chiuso in barattoli separati, che dovremo certamente riaprire, ma per pigrizia eviteremo di farlo fino all’ultimo.

Ho fatto il pieno di energie nuove, quindi, ed è solo per comodità se le chiamerò “duemilaedieci”.

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cartolina

5 novembre

Nessuno spedisce più cartoline. Non ha più senso.
Le viste ritratte sul fronte: già viste tutte. Le parole lette sul retro: già dette altrove.

Le cartoline, allora, hanno smesso di arrivare. Credo l’abbiano fatto per protesta, per sottrarsi alle sventagliate rapide da un lato all’altro di chi si chiede chi cosa e dove, alle sopracciglia inarcate con sufficienza di chi le impila in fretta sopra le altre, al gusto macabro di chi le infilza sbilenche ad una bacheca di sughero.

Non abbiamo tempo per mandarne, e per circolo vizioso non abbiamo più speranza che ce ne arrivino: probabilmente quelle ancora inesitate sono andate tutte perse quando abbiamo perso l’abitudine di scriverle.

Ora però te ne vorrei scrivere una.
In foto c’è il tratto di strada in cui abito, inquadrato nel punto in cui  un albero ha ceduto, qualche temporale fa: un mozzo di tronco, perimetrato alla meno peggio con qualche striscia di nastro stradale rosso e bianco.
Sul retro c’è questo messaggio, senza nome in fondo. La mia firma sarà il mio stampatello che parte per la tangente.

Scrivo infine il c.a.p. giusto, ma l’indirizzo sbagliato.
Come ti ho appena detto, non ha più senso mandarsi cartoline, e la mia non la troverai in buca: girando senza meta per il quartiere, sarà lei a trovare te.

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non credere

13 agosto

Sono tornato in quel posto di cui ti parlavo poco più di un anno fa.

Appena oltre le ultime case, sotto allo spiazzo in cui fanno il cinema all’aperto, là dove c’è la finanza, c’è quel baretto.
Dalla sua piccola terrazza si domina la caletta, la scuola velica con le schiere di natanti, lo spiazzo in cui atterrano gli elicotteri (ma mai ne ho visti), il canneto che – come ho scoperto – non nasconde solo il cimitero, ma anche un minuscolo sentiero di erba calpestata che lascia entrare nell’area archeologica chi non ha il biglietto.

Il bar è fin troppo semplice. Sull’insegna c’è un gabbiano, naturalmente cartoon, e nel retro un biliardino, scaldato a volte da braccia rissose e precocemente invecchiate dal sole.

Tutto lì è gentilmente fuori moda, e allude a un passato privo di pensieri, che nel frattempo no, non sono ancora arrivati. La proprietaria, i suoi riccioli raccolti e le sue labbra innaturali, hanno l’aria di avere molte storie da raccontare. Forse banali storie di scappatelle estive, molti anni fa, o l’altro ieri.

Quando ero venuto qui per la prima volta, dalle due casse ai lati della terrazza, piccole quanto tutto il resto, veniva la voce di, non so, Mina? Sembrava la replica di una commedia estiva in bianco e nero.

Sorseggiando il mio succo, avevo registrato qualche secondo di quella scena.
Oggi ho finalmente scoperto il titolo di quella canzone: era “non credere”.

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il giorno in cui

12 febbraio

Quel mattino aprirò gli occhi di soprassalto, battendo la sveglia di qualche minuto. Sciacquerò dal viso l’ultimo sogno (storie di partenze improvvise e condominii vuoti).

Metterò in una valigia tutti i fili che non si riannodano. Brandelli di gomitoli di ogni colore, raccolti con pazienza, o gettatimi addosso da chi non so. Messi assieme non farebbero un maglione, e anche se lo facessero l’effetto sarebbe ridicolo. Eppure a liberarmene non riesco.

Chiuderò la porta come un giorno qualunque, ma lascerò le chiavi nella buca delle lettere. Annuserò l’aria del mattino carica di piombo e arsenico, ma la dirò comunque densa di promesse. Porterò la valigia al mio fianco come ho fatto spesso, ma questa volta lei volerà.

Arriverò in stazione con uno strano sorriso. Mi dirigerò al binario con la calma del pilota automatico. Salirò sul mio vagone, e la mia testa affonderà nel sedile, docile come un attrezzo che rientra nella sua custodia.

Con gli occhi nel finestrino, la danza dei pali della luce inghiottiti dalla nebbia mi farà addormentare, restituendomi un po’ del riposo rubato dall’ansia della partenza.

Dormirò per qualche mese, un anno, o forse più. Poi, una mattina, riaprirò gli occhi di soprassalto, e ripeterò, con un soffio di voce, il nome del mio prossimo altrove.

/ giorni / viaggi

Le dune, i crateri e le steppe di Fuerteventura sono interrotte da caseggiati turistici. Tutti ironicamente uguali, ma disposti in file tanto regolari da non lasciare spazio ad alcuna ironia.

Non importa quanto distanti dalla propria patria, i turisti amano sentirsi a casa, e hanno punteggiato con angoli di educato, lindo e borioso occidente anche questo scoglio al largo delle coste africane.

Le gru e i cartelli for sale sono un po’ dappertutto. Terminato un lotto, ci si ritrova di nuovo, all’improvviso, nella steppa più desolata, rossastra e pietrosa, ad affrontare tutta la sua spigolosa retorica di ostilità. Un’ostilità di facciata, perché nessuno di quei sassi ti salterà mai addosso. Non so se si possa dire lo stesso dell’immagine di questi caseggiati.

Raggiunte le dune, riesco però a ritrovare l’isola. Cammino sulla sabbia e comprendo tutto il disagio della vita urbana: l’avvilimento a cui i miei piedi sono costretti dalle superfici piane, l’accidia a cui la mia mente è condannata da marciapiedi e incroci, stanze e corridoi.

Salto fra le dune, affondo, riemergo. Disegno percorsi, vario il ritmo ad ogni passo. Ogni linea è curva, in tutte e tre le dimensioni. Mi perdo, e poi fingo di perdermi. Lecco gli angoli di questo labirinto di cespugli e sabbia. Cerco impronte, indovino il passaggio di scarpe, ciabatte, zampe. Trovo sassi, persi quanto me.

/ caos / isole / viaggi

“Sempre più difficile volare”, leggevo in prima pagina. Scioperi, manifestazioni, disagi. Ma è più forte il disagio di rimanere a terra, e ho preso il mio biglietto.

Per qualche giorno volerò via. Prenderò due aerei, per guadagnare una sufficiente distanza, e poi, su due isole, galleggerò. Se non puoi – o non sai più – volare, almeno galleggia.

Sarebbe più facile volare se il mondo fosse la mia ostrica, come dice chi è in grado di trovarsi ovunque a proprio agio. Di per certo, il mondo in cui vivo ora è la mia grotta. Così mi sono apparse le guglie del duomo questo pomeriggio: perforavano orgogliosamente l’umidità dell’aria come un esercito di stalagmiti.

/ città / isole / viaggi

Già mentre ero in treno, qualche giorno fa, avevo l’impressione di scivolare.
Il mio vagone si immergeva, senza fatica ma con crescente flemma, nelle profondità dello stivale.

Era buio quando sono arrivato, e quando, muovendo il primo passo in stazione, ho sentito che il suolo aveva la consistenza di sabbia mobile. La prima domanda di mia madre è stata “hai fame”, e da allora non me l’ha più chiesto. L’ha dato per scontato, negando l’evidenza delle mie proteste e di gesti – come la mano sullo stomaco – da tempo svuotati di significato.

Poi questa casa mi ha inghiottito, assieme alla miriade di soprammobili, quadretti, servizi da dodici, piante e decorazioni natalizie che anni di maree hanno lasciato lungo le pareti. Sembra che il suo ventre non lasci via di scampo.

È in particolare il presepe a preoccuparmi. Ogni anno mi sembra più grande. Già quand’ero piccolo dava l’idea di crescere ad un ritmo superiore al mio. Ora occupa una buona fetta del salone, disegna cime innevate (di borotalco) e biforcazioni di sentieri (di lettiera di gatto), nasconde una caverna, un corso d’acqua, una villetta (credo abusiva), ed è popolato da una piccola, ma affezionata, comunità di pastori di diversa età e provenienza, le cui differenze di scala danno una vertiginosa profondità di campo.

Verrà giorno in cui – lo so – i pastori prenderanno il potere, ci renderanno attori viventi del loro presepe, e faranno della casa in cui sono nato la polverosa scenografia di una trita rappresentazione allegorica.
Sempre che tutto ciò, a mia insaputa, non sia già accaduto da tempo.

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piano di viaggio

18 dicembre

Stasera ho tracciato la mappa dei miei prossimi mesi. Bisogna avere delle mete (o sentirsi arrivati, e subire il disprezzo di chi una meta ce l’ha ancora). Bisogna capire dove si è, perché mentre si è arrivati lì la geografia è già cambiata.

Prima i luoghi noti, i percorsi obbligati, e l’avvilente periferia dalla quale non si può non passare, qualunque sia la meta. Poi ho provato a disegnare tutte le strade che potrei percorrere, alcune marcate, altre consigliate, altre tratteggiate, come quando si indica la linea lungo cui tagliare. Ci sono anche strade che non portano a nulla, ma quanto è bello il paesaggio attorno?

Ho provato a disegnare le coste di luoghi che non ho mai visto. Inevitabilmente, mi sono venute frastagliate, perigliose, ma piene di accoglienti insenature e fiordi privati: una miriade di approdi per pochi, curiosi, audaci.

C’è solo una cosa che m’immalinconisce. Guardando il proprio mondo disteso, aperto sulla mappa, è facile dimenticare che ogni viaggio, per quanto lungo, è destinato a correre lungo una circonferenza che ci riporterà, fatalmente, al punto di partenza.

/ viaggi

Avevo appreso la notizia verso le otto e mezza, nella stazione della metro di Chatelet-Les Halles, mentre andavo a prendere l’aereo del mio ritorno. Un anziano afroamericano – o piuttosto “un vecchio negro”, che sarà certo più offensivo, ma tratteggia meglio il grottesco della sua figura occhialuta a punto interrogativo – scendeva zoppicando, uno alla volta, gli scalini che portano al marciapiede.

E intanto cantava, scalino per scalino, improvvisando versi: “Obama est le nouveau president des etats units”, seguito da una frase, sempre diversa ma metricamente ineccepibile, che non ero in grado di capire. Sembrava una preghiera, e lui lo sciamano di ritorno da un lungo, incredibile viaggio.

I parigini e i turisti attorno gli concedevano solo un rapido sguardo. Loro la notizia l’avevano letta su Internet prima di uscire, o ascoltata in radio, o intravista sulle civette fuori dall’edicola. E in fondo non era bello pensare a quell’elezione come ad una vittoria degli esclusi: la vita di quel vecchio non sarebbe cambiata di una virgola, che canti pure.

(mi piace parlare al passato del giorno di questa elezione, come fossero già anni fa, e io a raccontare “ero a Parigi, e quel tizio cantava la lieta novella, e da allora il mondo non è stato più lo stesso”… Finora, purtroppo l’unica novità certa è la mera questione statistica del primo presidente nero: il resto ha da venire, e speriamo ci sorprenderà.)

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