la possibilità / viaggi

Bolzano è una città austriaca piena di insegne italiane. Graziosa, ospitale, ma in cui ti senti immigrato prima che turista.

L’ho scoperta questo weekend. La prima sera, dopo i dovuti giri (di strade e di birre), decidono di portarmi in una discoteca in centro. Storcono un po’ il naso, ironizzano, ma è uno dei pochi posti aperti a quell’ora, ed è a due passi da casa.

Si entra, si scende. La sala è semivuota, vulnerabile. Saltano subito agli occhi le crepe nel pavimento, le occhiaie della barista e il nervosismo del DJ. Gli specchi che corrono lungo la parete danno alla sala l’aria di essere stata arredata in un momento indefinito degli anni ‘80. E agli angoli, due pali da lapdance di dimensioni regolamentari, per permettere alle clienti più esibizioniste di rendersi ancora più esibizioniste.

Il richiamo della discoteca fa il suo corso, e dopo un po’ la sala si riempie. Non ci sono regole: si vedono teenager, ventenni, trentenni e fuori tempo massimo; bolzanesi teutonici, bolzanesi italioti, indiani, cinesi, sudamericani; chi in giacca, chi casual, chi interpreta la propria idea di hipster, chi incarna il tedesco in vacanza, e chi, come due ragazze, indossa con naturalezza il tradizionale vestito tirolese, tutto pieghe e merletti.

Se ci penso, è strano: nessuno sembra giudicare l’altro (certo, si fa per dire). Il tizio in calzettoni bianchi, il magnaccia dai capelli unti, le tirolesi, la bionda al palo, la coppia di cinquantenni che balla la disco alla maniera del liscio: nessuno di loro fa notizia, o impedisce agli altri di sentirsi “cool”.

Forse è qui che va usata quella parola che si canta a squarciagola nell’inno dell’OktoberFest: gemuetlichkeit, spirito di serenità, calore famigliare e accettazione sociale. Una parola intraducibile, col suo lost in translation: un atteggiamento così semplice, ma per molti così difficile da nominare.

/ caos / città / parole / viaggi

l’atterraggio

2 ottobre

Esco dal concerto, superando i poliziotti in divisa (ma che ci fanno qui?).

E’ una periferia sovietica, di strade inutilmente larghe e case tutte uguali, talmente schive da non guardare fuori, disposte come sono a lisca di pesce.

Supero coppie di ragazzi troppo stretti nelle spalle, troppo rumorosi nel parlare, troppo vicini a quei personaggi da cronaca nera, da tg dell’una.

Seguo la lunga doppia fila di luci arancioni che mi porterà al tram: è la mia pista di atterraggio, ed io sono il turista appena sbarcato da un volo sbagliato.

Salgo sul tram. Dal fondo arriva solamente la voce di un tedesco, il cui sdegno si misura dal numero di “scheisse” che condiscono il suo discorso. Dall’altro capo un gruppetto di ragazzi – scientemente assortiti nei tagli di capelli e nei decenni a cui si sono ispirati nel vestire – si scatta foto, flirta, ammicca.

Prima della mia fermata sono scesi quasi tutti. Scendo anch’io, e impegno gli ultimi metri a immaginare mete più azzeccate di questa.

Arrivo davanti ad un portone, e sembra che le mie dita sappiano già tutto: scelgono la chiave giusta al primo colpo, la infilano, la girano, spingono, e già dribblano verso la chiave successiva.

Sono il turista caduto qui per caso. E questa è casa mia.

/ città / viaggi

Sono qui, ospite dell’isola da quasi venti giorni, e inizio a rendermi conto di non poter rimanere qui per sempre. Sarà che continuano a chiedermi quand’è che ho intenzione di partire.

Per rendere più tollerabile l’idea, provo a elencare qualche altra possibile meta:

  • La residenza estiva dell’imperatore Tito – un’altra isola – dove immagino tigri sdraiate sull’erba che ammirano il passaggio dei pavoni
  • Riga, Lettonia, prima che salgano sul palco i Sigur Ros
  • Una città serba, io che biascico “ziveli” reggendo in mano solo la terza rakja
  • Un’isola delle Egadi, una qualunque
  • Il mio letto a Milano, al risveglio dopo il primo temporale di fine estate, stringendo le coperte ancora troppo leggere, e cercando inutilmente di ricomporre i frame del sogno appena interrotto
  • Casa dei miei, imbolsito sul balcone a scrivere qualcosa per questo blog, aprendo compulsivamente il calendario per contare i giorni alla partenza

/ inventari / isole / viaggi

incipit (#1)

21 luglio

Oggi ho iniziato a scrivere.

Sono arrivato da poche ore sull’isola.
Ho ripreso a respirare, e ho rivisto le stelle. Tutte.

Le strade sono molto più strette, l’aria infinitamente più leggera, i sapori e gli odori complessi, le conversazioni lente, pacate, prive di conseguenze.

Ho avuto l’impressione di un jet lag, in cui a cambiare non è il fuso ma il ritmo della vita, e ho pensato a tutte le volte che, sovrappensiero, ho avuto l’impressione di scrivere, senza farmi leggere o criticare da nessuno, senza chiedere il favore di essere ascoltato, senza beccare una lira, senza sentirmi ridicolo, senza farmi bello, senza ricordare cosa avessi scritto un secondo prima.

Cosa si prova a scrivere davvero?

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