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	<title>la possibilità</title>
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	<description>la mia vita è tratta da una storia vera</description>
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		<title>quand’ero bambino</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jun 2011 13:21:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quand&#8217;ero bambino era tutto diverso. Ricordi le galline? Ancora non erano uccelli, ma piante. È per questo che non hanno mai imparato a volare. La testa, al centro, era più piccola, sembravano cavolfiori. Quelle zampe, le hai presenti? Sottili e rugose: erano le loro radici. Ne rimane traccia anche in certi nostri atteggiamenti (ti chiedono: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quand&#8217;ero bambino era tutto diverso.</p>
<p>Ricordi le galline? Ancora non erano uccelli, ma piante. È per questo che non hanno mai imparato a volare. La testa, al centro, era più piccola, sembravano cavolfiori. Quelle zampe, le hai presenti? Sottili e rugose: erano le loro radici.<br />
Ne rimane traccia anche in certi nostri atteggiamenti (ti chiedono: “ma ci hai messo la carne?” e rispondi sicuro: “no no, è pollo”).</p>
<p>Quand&#8217;ero bambino era tutto più semplice.</p>
<p>I numeri si potevano ancora toccare, uno per ogni dito, che di più non ce n&#8217;erano. Poi da un giorno all&#8217;altro son diventati astratti e distanti come santi e burocrati.</p>
<p>A quei tempi non c&#8217;erano seconde volte, solo scoperte. Non c&#8217;erano routine, ma sicurezze. Non c&#8217;erano mete la cui ragione sei portato a dubitare, ma solo desideri, divieti, e le loro infrazioni.</p>
<p>Quand&#8217;ero bambino pensare creava voli, e non atterraggi amari.<br />
Come ora, quando penso che non sono più bambino.</p>
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		<title>incompleti</title>
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		<pubDate>Sun, 29 May 2011 07:31:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In treno, è già da un po&#8217; che parlo con la mia casuale vicina di sedile. « &#8230;e insomma, faccio per presentarmi, dico il mio nome, allungo la mano e&#8230; mi accorgo che la mano non ce l&#8217;aveva! Non potevamo presentarci, non ho mai saputo come si chiamasse. » « Incredibile » &#8211; chiosa lei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In treno, è già da un po&#8217; che parlo con la mia casuale vicina di sedile.</p>
<p>« &#8230;e insomma, faccio per presentarmi, dico il mio nome, allungo la mano e&#8230; mi accorgo che la mano non ce l&#8217;aveva! Non potevamo presentarci, non ho mai saputo come si chiamasse. »<br />
« Incredibile » &#8211; chiosa lei opaca, continuando a fissare il finestrino.<br />
« Sì, è stato così strano. Ma mai come quando ho conosciuto la ragazza senza verbi. »<br />
« Come, senza verbi? »<br />
« Sì, lei poteva usare solo sostantivi e aggettivi. Nominava le cose, le definiva, le elencava. Ma era del tutto incapace di usare verbi.  Le cose e le situazioni le poteva solo descrivere, mai cambiare. Era diventata incapace di agire. »<br />
« Che storia triste » &#8211; sentenzia la vicina, ancora ostinata ad ammirare il paesaggio.<br />
« E poi c&#8217;era quel tizio a cui mancava un centimetro di caviglia. »<br />
« E allora? »<br />
« Non riusciva a camminare dritto. Puntava alla sua meta, ma iniziava poi a deviare, e finiva, senza accorgersene, a girare in tondo. »<br />
« Ah&#8230; »<br />
« Beh, ho conosciuto anche persone senza viso, imperscrutabili. E senza braccia, inabbracciabili. »<br />
« Mh » &#8211; conclude lei, forse un po&#8217; seccata.</p>
<p>Poi ha un improvviso guizzo di vitalità quando aggiunge:<br />
« Scendi? »<br />
« No, alla prossima. »<br />
« Io scendo qui&#8230; »<br />
E finalmente si gira verso di me.<br />
Rimango senza parole vedendo il suo mezzo viso con un occhio solo, una sola narice, mezza bocca su mezzo collo, e poi un braccio, mezza vita, e una gamba.<br />
« &#8230;vado dalla mia metà. »<br />
Annuisco nervosamente, e la faccio passare.</p>
<p>Rimasto solo, quasi mi pento di averle mentito. Non è vero che scendo alla prossima fermata, perché sono senza treno. A dirla tutta, non le ho nemmeno mai parlato, perché sono senza me.</p>
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		<title>immaturità</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 20:46:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quando le pesche saranno mature, diremo di esserlo anche noi. Da cosa lo capiremo? Da quel senso di velluto sotto le dita, dal profumo dolciastro che fa sorrisi, dal richiamo implacabile del morso. Ci staccheremo dal ramo ignari della gravità che a terra riporta ogni pensiero d’amore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando le pesche saranno mature,<br />
diremo di esserlo anche noi.</p>
<p>Da cosa lo capiremo?<br />
Da quel senso di velluto sotto le dita,<br />
dal profumo dolciastro che fa sorrisi,<br />
dal richiamo implacabile del morso.</p>
<p>Ci staccheremo dal ramo<br />
ignari della gravità<br />
che a terra riporta<br />
ogni pensiero d’amore.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>l’invenzione del ritorno</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Nov 2010 08:39:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mi trovo sull&#8217;isola sulla quale è nato questo diario delle possibilità. Sono in temporaneo esilio, per un unico motivo: per inventare il mio ritorno sulla terraferma. Potrei tornare da stoico: iniziare domani stesso a impilare canne, rami e tronchi, e farne un ponte che si allunghi fino alla costa più vicina. Di giorno in giorno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi trovo sull&#8217;isola sulla quale è nato questo diario delle possibilità.<br />
Sono in temporaneo esilio, per un unico motivo: per inventare il mio ritorno sulla terraferma.</p>
<p>Potrei tornare da stoico: iniziare domani stesso a impilare canne, rami e tronchi, e farne un ponte che si allunghi fino alla costa più vicina. Di giorno in giorno la mia opera crescerebbe in linea retta, e si farebbe più lontano il punto in cui sistemare le nuove assi. Inizierei a non tornare più a riva, a vivere sempre più a lungo sul ponte, staccando i pezzi da un lato per aggiungerli all&#8217;altro. Di mese in mese la meta perderebbe senso e attrattiva, e forse farei del mio ponte palafitta.</p>
<p>Potrei tornare da naufrago: imbarcarmi quando il mare ha il respiro pesante, corteggiare la nuvola più scura e gravida, attendere che il cielo mi scagli addosso i suoi dadi e decida su quale spiaggia lasciarmi. Saluterei allora l&#8217;inizio di una nuova vita con quell&#8217;entusiasmo da sopravvissuto di cui spesso si sente la mancanza.</p>
<p>Potrei tornare da sognatore: costruire una barchetta di carta abbastanza grande, attendere una giornata abbastanza serena, farmi spazio tra le strette pieghe triangolari della chiglia e affidarmi alla sua piccola vela isoscele. Salperei in tutta fretta da una cala molto appartata, ma cercherei di arrivare in pieno giorno nel porto più affollato, perché i sogni sono così imbarazzanti quando nascono, ma così grandiosi quando si realizzano.</p>
<p>Oppure potrei tornare da esploratore. Prendere come tutti il traghetto, ma con la convinzione di fare il percorso inverso: da questa terra, ferma e autosufficiente, fatta di persone e cose indubitabilmente reali, verso quel mondo incomprensibile, incompleto, forse inesistente, che giace al di là del mare: un&#8217;isola sempre più piccola, in cui si sgomita per cacciare il nuovo arrivato, si piange la fine delle risorse, e si finisce sempre, fatalmente, arenati.</p>
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		<title>fare la muta</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Oct 2010 21:45:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Come tutti sanno, la nostra vita è meravigliosa, senza di noi. Un racconto senza incertezze, scandito a voce chiara, nel quale ad ogni passaggio ci coglie la sorpresa dell&#8217;inevitabilità. Un lungo pentagramma di impressioni in controtempo: quel profumo che ci blocca, quel suono che ci fa girare di scatto, quella luce che taglia a metà. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come tutti sanno, la nostra vita è meravigliosa, senza di noi.</p>
<p>Un racconto senza incertezze, scandito a voce chiara, nel quale ad  ogni passaggio ci coglie la sorpresa dell&#8217;inevitabilità. Un lungo  pentagramma di impressioni in controtempo: quel profumo che ci blocca,  quel suono che ci fa girare di scatto, quella luce che taglia a metà.</p>
<p>Non quel prurito al piede sinistro, non quel continuo colare di narici, non l&#8217;inseparabile fastidio di doversi portare addosso.<br />
Tutte cose difficili da dimenticare, se passassi con me stesso ogni  istante della mia vita. Il costante ricordo di tutto ciò che è peribile,  la coscienza che ogni gesto è fallibile, renderebbe inciampo ogni  singolo passo.</p>
<p>Forse, ogni tanto, bisognerebbe abbandonare la propria vita.  Lasciarla scorrere come se non ci appartenesse, per poi rivederla alla  moviola &#8211; o avanti veloce, all&#8217;occorrenza &#8211; omettendo dettagli, errori e  dissapori.</p>
<p>Sarebbe un po&#8217; come fare la muta, guardando la propria pelle mortale brillare alla luce del sole.<br />
Fare la muta, ma senza aspettarsi di essere nuovi o migliori &#8211; perché il  serpente che cambia pelle rimane serpente &#8211; né giudicare ciò che, da  attori protagonisti, non siamo nella posizione di poter giudicare.<br />
Fare la muta, e non parlare.</p>
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		<title>armi da vista</title>
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		<pubDate>Sat, 08 May 2010 08:30:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho una pistola, perché in tutte le storie ce n&#8217;è una. Nel bene o nel male, la sua presenza è risolutiva. E a chi non piacciono le soluzioni? Le pistole guardano lontano, sanno andare dritte al cuore. Sono loro che ti fanno sobbalzare, ti fanno implorare di vivere, ti fanno urlare. Sono l&#8217;atteso punto e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho una pistola, perché in tutte le storie ce n&#8217;è una.<br />
Nel bene o nel male, la sua presenza è risolutiva. E a chi non piacciono le soluzioni?</p>
<p>Le pistole guardano lontano, sanno andare dritte al cuore.<br />
Sono loro che ti fanno sobbalzare, ti fanno implorare di vivere, ti fanno urlare.<br />
Sono l&#8217;atteso punto e a capo dopo un lungo discorso sconnesso.<br />
Sono loro che, esplodendo, creano il silenzio più assoluto che tu possa immaginare.</p>
<p>Hitchcock diceva che se in una scena viene inquadrata una pistola, prima o poi sparerà. Se ne potrebbe dedurre che le pistole non amino essere inquadrate, che preferiscano rimanere nel chiuso dei cassetti. Ma sono quelle le pistole davvero temibili: quelle sotto chiave, o sotto il letto, di cui tutti gli altri ignorano l&#8217;esistenza, pronte a venire in nostro aiuto con muta devozione.</p>
<p>Scoprire una pistola nel cassetto è sempre spiacevole, diciamo la verità. La sua comparsa è un colpo a salve che ti sembra di morire. Il padrone giura che non l&#8217;avrebbe mai usata, poi uno scatto, la impugna e fa fuoco.</p>
<p>La mia pistola allora la metto qui, perché tutti la vedano, tutti sappiano.<br />
Lei spara alle cose che vedo in giro: macchia la pagina del loro sangue nero.<br />
Si direbbe che non ho occhi che per lei.</p>
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		<title>l’ufficio di un flâneur</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 00:05:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questo è l&#8217;ufficio di un flâneur, non so se ne hai mai visto uno. Da quella piantina mi guardo andare a zonzo, goccia di pioggia che disegna zig-zag contro un vetro. Quanto piccola sembra la città qui dentro, quanto sembra grande. In quell&#8217;archivio trovi tutte le eccezioni, in fila per nome, classe e fattispecie. Tutte, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo è l&#8217;ufficio di un flâneur, non so se ne hai mai visto uno.</p>
<p>Da quella piantina mi guardo andare a zonzo, goccia di pioggia che disegna zig-zag contro un vetro. Quanto piccola sembra la città qui dentro, quanto sembra grande.</p>
<p>In quell&#8217;archivio trovi tutte le eccezioni, in fila per nome, classe e fattispecie.<br />
Tutte, sì, perché non è possibile ce ne siano altre, mi ripeto armeggiando con l&#8217;ultima arrivata.</p>
<p>Cerchi il cestino dei rifiuti? Ce n&#8217;è uno per gli assensi. Anche loro – propositi traditi, proposte tramortite, passioni travisate – fanno spesso una brutta fine accartocciata, che insegna a saper rifiutare.</p>
<p>Scrivo con penne che spiccano il volo. Ecco perché perlustro strade, piazze, luoghi pubblici e privati in cerca di parole pesanti e punti fermi, inchiostro denso che rimanga attaccato alla pagina, che mi faccia compagnia sullo scaffale.</p>
<p>Nel mio ufficio traballante regna un ordine maniacale. Nulla viene lasciato al caso, perché il caso si è già preso tutto il resto.</p>
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		<title>il filo del percorso</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 00:25:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Seguimi, so la strada” – dicevo. Era falso, ma non mentivo. La strada che avevo in mente era quella bianca e gialla, col nome scritto sopra, che passava attraverso blocchi di uniforme grigio chiaro. Era quel centro città immaginario che portavo ripiegato in tasca: senza passanti, senza vetrine, ma soprattutto senza te. Una strada vergine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Seguimi, so la strada” – dicevo.</p>
<p>Era falso, ma non mentivo. La strada che avevo in mente era quella bianca e gialla, col nome scritto sopra, che passava attraverso blocchi di uniforme grigio chiaro. Era quel centro città immaginario che portavo ripiegato in tasca: senza passanti, senza vetrine, ma soprattutto senza te. Una strada vergine di passi e di esitazioni.</p>
<p>All&#8217;inizio tutto mi sembrava così chiaro. Inutile controllare la mappa, bastava mantenere la giusta direzione. E parlavamo, scambiandoci battute a passo sostenuto, deviando di tanto in tanto, distratti da uno scorcio curioso, o dal capriccio di un incrocio.</p>
<p>Le strade principali spingevano in linea retta gli innumerevoli passeggiare, per riprendere poi fiato nelle piazze. Lì parlavamo poco, il brusio attorno diceva già troppo. Riprendevo allora il discorso nelle strade laterali, davanti alla ipsilon dei bivii, nei sottoquartieri irregolari, sfuggiti al fascismo ortogonale della pianificazione.</p>
<p>A volte però qualcosa non tornava, e rimanevamo muti. Passando per la terza volta davanti allo stesso ristorante, ero ormai sicuro di aver perso il filo. Mi avevi seguito ciecamente, senza avere idea di dove stessimo andando, forse senza alcuna intenzione di raggiungere alcunché.</p>
<p>Cercavo di guidarti in una città che io stesso non conoscevo, forte del fatto che se esiste una mappa, esiste un punto di vista a volo d&#8217;uccello, nel quale non siamo altro che due teste impegnate nel loro percorso. Esiste forse anche una via di fuga, che ti è sempre sfuggita, e di quella andavo ragionando assieme a te.</p>
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		<title>quante sono le persone</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Feb 2010 01:35:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quante sono le persone? A contarle, vorrei provare. Ci sono gli amici dell&#8217;università, gli amici degli amici dell&#8217;università, quelli con cui hai diviso la casa, quelli con cui loro hanno diviso la casa, quelli visti durante una festa, alla fine di un concerto, in un bar. Prima di loro gli amici del liceo, dopo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quante sono le persone? A contarle, vorrei provare.</p>
<p>Ci sono gli amici dell&#8217;università, gli amici degli amici dell&#8217;università, quelli con cui hai diviso la casa, quelli con cui loro hanno diviso la casa, quelli visti durante una festa, alla fine di un concerto, in un bar. Prima di loro gli amici del liceo, dopo di loro i colleghi di lavoro. E i loro amici, e il loro lungo strascico di incontri fortuiti.</p>
<p>Ci sono amici che non dimenticherai mai, e quelli che, dicevi qualche anno fa, non avresti mai dimenticato. Ci sono le mani che hai stretto, molte delle quali non erano nemmeno persone, ma solo palmi e dita e sguardi durati quanto la pronuncia del tuo nome.</p>
<p>Ci sono i parenti. Di alcuni di loro rimane solo un nome, un&#8217;espressione del viso, la loro incerta posizione in un diagramma genealogico. Ci sono i famigliari, anche quelli che non ci sono più.</p>
<p>Ci sono gli amori passati, e quelli mancati. Persone più grandi, a volte enormi, da schiacciare le altre fuori dalla visuale. Facili da contare: i loro nomi compaiono a volte sulla superficie di uno specchio, o sul fondo di un bicchiere di vino.</p>
<p>Ci sono le persone conosciute durante le vacanze, quelle con cui hai giocato in spiaggia, quelle che hanno servito al tuo tavolo. C&#8217;è Gaetano, il bagnino scuro e rugoso come terra siccitosa, che per impressionarmi mostrava il palmo della mano destra, il cerchio perfetto scavato a forza di piantare ombrelloni nella sabbia.</p>
<p>Ci sono frotte di friends, followers, neighbours: non vere e proprie persone, quanto promesse di persone, impacchettate dentro un nome fantasioso e una minuscola foto. Grumi di opinioni e schegge di conversazioni, che possono inaspettatamente trasformarsi in respiri e tintinnare di bicchieri.</p>
<p>Ci sono i tuoi compagni di vagone, o di volo: come attori su un palcoscenico, personaggi da amare o da odiare, ma che quasi certamente non rivedrai mai più.<br />
Ci sono i passanti che rivedi per caso una seconda volta, e già diventano persone.<br />
C&#8217;è il fioraio pakistano, il cassiere pelato lentissimo, il postino che saluta di spalle.</p>
<p>Ora capisco: è impossibile contare le persone. Le persone vanno e vengono, chiudono le porte, le aprono. Si moltiplicano nel tempo di una serata, vengono decimate nel corso di un trasloco. Muoiono, persino.</p>
<p>Ecco, provo ora a ricontarle.<br />
Uno, ci sei tu.</p>
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		<title>la mia rivoluzione</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 23:07:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ci sveglieremo intonando quella canzone che avevamo in testa prima di addormentarci. Guarderemo l&#8217;intonaco approssimativo delle nostre case, gli scarabocchi disegnati nervosamente dal tempo e dall&#8217;umidità per mitigare forse la paura di vederci fuggire. Quella macchia sembra l&#8217;Africa: guarda, c&#8217;è anche il Madagascar. Prenderemo uno, due caffè. Il tuo saprà un po&#8217; di gomma, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sveglieremo intonando quella canzone che avevamo in testa prima di addormentarci.</p>
<p>Guarderemo l&#8217;intonaco approssimativo delle nostre case, gli scarabocchi disegnati nervosamente dal tempo e dall&#8217;umidità per mitigare forse la paura di vederci fuggire. Quella macchia sembra l&#8217;Africa: guarda, c&#8217;è anche il Madagascar.</p>
<p>Prenderemo uno, due caffè. Il tuo saprà un po&#8217; di gomma, ma poco importa: butterai la caffettiera, ma senza ira. Mangeremo focaccine con l&#8217;uvetta impastate con le nostre mani e appena sfornate, perché la rivoluzione ci renderà padroni di ciò che mangiamo, di ciò che annusiamo, e di ciò che scalderà le nostre mani.</p>
<p>Ci daremo per dispersi con chi, quel mattino, si sarà svegliato aspettandosi di vivere un giorno come un altro, ma anche con chi avrà messo la rivoluzione tra le cose da fare, illudendosi così di cancellarla dalle cose a cui pensare.</p>
<p>Prepareremo una, due valigie. Ci riprenderemo i nostri soldi, ritireremo dalle banche tutto ciò che abbiamo. Qualunque cosa sia rimasta, la dimenticheremo, per essere sicuri di non averla più.</p>
<p>Rideremo, per reazione meccanica all&#8217;aria nuova che ci inonderà i polmoni.<br />
Scapperemo, insieme, anche se non fianco a fianco.</p>
<p>Il giorno della rivoluzione non arriverà quando ne avrai la voglia e la forza, ma quando non ne avrai più: quando avrai capito che non c&#8217;è più tempo per tutto il resto, quando ti sembrerà l&#8217;unica possibile fuga.</p>
<p>E allora le parole che pensavi di aver perso saranno tutte là: non – dimenticate – in un diverso posto, ma – inattese – in un diverso tempo.</p>
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