la possibilità

contabilità

13 settembre

Guarda papà, ho trovato una tua busta paga del settembre 1968:
diarie viaggi di servizio: 11.380 lire / ore straordinario festivo: 6.200 lire / contributi sindacali: -670 lire

E l’agenda su cui appuntavi le spese di ogni giorno:
8 giugno: Gasolio (20) + Pane (3.20) + Spaghetti (1.60)

Ecco un pomeriggio tra le bancarelle, poche settimane fa:
16 agosto: Nocelline [sic] + Castagne: 3.50 euro

Le schedine vuote per il superenalotto, religiosamente conservate nel fodero della tabaccheria. Rate di mutui estinti, bollette pagate, rimborsi irpef, analisi del sangue. Nuoto tra le scartoffie che hai conservato per anni, da quelle scritte a macchina, su carte ingiallite e friabili, macchiate da timbri sfuocati, a quelle di pochi giorni fa, dai bordi minacciosi che tagliano le dita.

Vorrei sapere il codice PIN del tuo bancomat, trovare il numero per sbloccare il tuo cellulare, capire se questo lavoro ti è stato pagato o meno, scoprire forse debiti taciuti per orgoglio.

Se l’altro ieri ti avessi telefonato, magari alle nove di mattina, avrei potuto tranquillamente ricevere queste informazioni dalla tua voce serena e accomodante. Ti avrei ringraziato, mi avresti ricordato di chiamarvi più spesso, ci saremmo salutati.

Ma allora non avevo ancora alcun bisogno di tutte queste informazioni. Né potevo avere una speciale fretta di salutarti. Mi sentivo ancora leggero.

Non potevo immaginare che te ne saresti andato di lì a poco, con uno schiocco di dita, trascinandoti dietro ricordi, impegni e numeri privati, e lasciando qui a terra i nostri volti contratti, e un mucchio di insopportabile contabilità.

(a mio padre, 21.07.39 – 11.09.09)

/ inventari / memoria / radici

sirene

21 agosto

Quello che non capisco è perché provate imbarazzo per la vostra coda. È solo grazie a lei se riuscite ad abbandonare di tanto in tanto la terraferma, per entrare nel vostro mondo liquido, leggero, capovolto.

Quando invece tornate in questo – il mio maledetto mondo in cui la gravità si prende gioco di ogni cosa – se solo provo a smascherarvi fingete di non aver mai avuto né coda né pinne, fate casualmente un profondo respiro che testimoni il vostro amore per l’ossigeno allo stato gassoso, e sorridete, imbarazzate, come di fronte alla fantasiosa domanda di un bambino.

So che ci siete. Confessate di saper cantare, ma sempre vi schernite quando vi si chiede di farlo. Scappate con un guizzo, quando vi si tenta di afferrare. Comprendete solo a metà le balorde regole di noi umani. Soffrite, mute, se costrette tra le mura di un acquario. Sapete di mare, ma non lo volete dire.

Anch’io ho un segreto: navigo senza meta, da anni, col pretesto di tornare in una patria puramente ipotetica, ma so che l’unico posto in cui getterei l’ancora è l’isola dalla quale si alza, sommesso, il vostro canto.

/ incontri / isole

non credere

13 agosto

Sono tornato in quel posto di cui ti parlavo poco più di un anno fa.

Appena oltre le ultime case, sotto allo spiazzo in cui fanno il cinema all’aperto, là dove c’è la finanza, c’è quel baretto.
Dalla sua piccola terrazza si domina la caletta, la scuola velica con le schiere di natanti, lo spiazzo in cui atterrano gli elicotteri (ma mai ne ho visti), il canneto che – come ho scoperto – non nasconde solo il cimitero, ma anche un minuscolo sentiero di erba calpestata che lascia entrare nell’area archeologica chi non ha il biglietto.

Il bar è fin troppo semplice. Sull’insegna c’è un gabbiano, naturalmente cartoon, e nel retro un biliardino, scaldato a volte da braccia rissose e precocemente invecchiate dal sole.

Tutto lì è gentilmente fuori moda, e allude a un passato privo di pensieri, che nel frattempo no, non sono ancora arrivati. La proprietaria, i suoi riccioli raccolti e le sue labbra innaturali, hanno l’aria di avere molte storie da raccontare. Forse banali storie di scappatelle estive, molti anni fa, o l’altro ieri.

Quando ero venuto qui per la prima volta, dalle due casse ai lati della terrazza, piccole quanto tutto il resto, veniva la voce di, non so, Mina? Sembrava la replica di una commedia estiva in bianco e nero.

Sorseggiando il mio succo, avevo registrato qualche secondo di quella scena.
Oggi ho finalmente scoperto il titolo di quella canzone: era “non credere”.

/ incontri / isole / memoria / viaggi

incipit (#2)

2 agosto

Saremmo portati a credere che l’autore di queste parole sia una persona.
Le persone provano emozioni, hanno ricordi, sbagliano aggettivi. Le persone viaggiano, e hanno un posto in cui tornare, rannicchiarsi, e trarre una morale da ciò che è passato davanti ai loro occhi.

È mia convinzione, invece, che all’origine di queste parole non ci sia altro che un buco. È lì dentro che, giorno dopo giorno, finiscono ricordi, immagini e sensazioni che non appartengono a nessuno: si accumulano come pioggia e sabbia, si raggrumano, muti e al riparo da ogni sguardo.
Arriva però il momento in cui traboccano: basta un istante perché disegnino una corona di macchie e striature lungo i bordi, guidate dal caso, ma nonostante ciò simmetriche, come quei test di Rorschach usati dagli strizzacervelli.

Sono convinto, dunque, che queste parole siano le tracce di passate esondazioni, decise da lunghi cicli climatici e da istantanei giochi del caso, e offerte alla curiosità e al diletto di chi si trova a passare di qui.

/ caos / parole

il funambolo

27 luglio

Il servizio civile l’ho fatto in un museo. Non so se potevo definirmi più guardiano o più guida. Il mio lavoro consisteva nel gironzolare tra le sale (ma solo se mi andava), indicare la collocazione dei bagni, inventare risposte credibili a domande lecite ma fastidiose, e, quando andava male, salire e scendere la scala a chiocciola della torre della specola, aprire e chiudere porte e tende.

Quando andava bene, ovvero quando la stagista si rassegnava a coprirti, potevi fuggire con colleghi, amici o amanti in cima alla torre, tenere sott’occhio le vie del quartiere universitario, e fare tutto ciò che si può voler fare di nascosto ma con la speranza di essere ammirati da tutti.

Dieci mesi sono passati come fossero dieci anni. Va bene, sto esagerando. Diciamo allora come sei anni: sono stati la sintesi della vita universitaria appena passata, e l’ultimo periodo senza pensieri, prima di affrontare la laurea, l’esodo di così tanti amici, le velleità imprenditoriali e la fine di un intenso altalenante amore.

È stata una parentesi immobile in un mare di possibilità.

Dalle grandi finestre della sala dei libri, nell’aria fresca e secca prodotta a beneficio di quei tomi settecenteschi – e del mio umore, nelle giornate estive – mi fermavo spesso a guardare il cortile in basso, popolato da un ercole di pietra, e da molli studenti intenti a sfumacchiare e divorare piadine.

Mi sembrava di vedere, tra la mia finestra e quella di fronte, un filo semitrasparente. E se vedevo quel filo, vedevo anche me con un’asta in mano, poggiare un piede davanti all’altro e sperare di non cadere. Non dovevo fare altro che passare, quasi in trance, ingoiando i brividi e rifiutando di guardarmi alle spalle.
E così passarono quei dieci mesi.

/ memoria

promemoria

16 luglio

No, non è vero che dimentico le cose: di tutto conservo traccia, ma sotto forma di tratti spezzati e sagome sbiadite, come su una lavagnetta cancellata svogliatamente a gesso secco.

Accolgo poi questi ricordi, rimescolati e filtrati, secondo una precisa grammatica della malinconia, nella quale “dimenticare” è verbo intransitivo.

/ memoria

il sibilo

6 luglio

Lo senti questo sibilo? È lo scontro tra le lunghezza d’onda di testa e cuore. La testa non ascolta il ritmo del cuore, o il cuore suona una musica diversa da quella che hai in testa: fatto sta che la convivenza forzata tra le due onde, sommandosi, produce questo curioso fenomeno acustico.

Ci avevi mai fatto caso? A volte è così forte che la persona di fronte a te è in grado di sentirlo: ti guarda strano, come se avessi detto una parola sbagliata, ma senza capire cosa c’è che non va, chi dei due ha una rotella fuori posto.

Ci sono ormai abituato. Mi sveglio la mattina con un ronzio nella testa, a volte più grave, a volte più acuto, e fatico a capire cosa vada accelerato e cosa frenato per far fare la pace  a queste due onde, e farne melodia.

L’altro giorno, però, non sentivo più nulla. È incredibile. Avevo accolto la novità con lo stesso sollievo con cui si vede smontare il cantiere di fronte casa, già pregustando giorni di quiete.

M’illudevo. Cuore e testa non erano in pace, ed è infatti successo ciò che sai.

Poco dopo il fastidioso sibilo è tornato a farmi compagnia. Le due onde non erano scomparse, né erano entrate in risonanza: quel giorno, anzi, erano talmente distanti, opposte, da annullarsi a vicenda, e creare un silenzio fallace.

/ caos / giorni / incontri

ha votato

6 giugno

Sono uscito con mio padre per andare a votare.
Fuori dal portone, lui già scuoteva le chiavi della macchina.
“Ma non è qui vicino?”, protesto.

Tagliamo attraverso il giardino dietro casa. In una vecchia foto, quegli alberi sono poco più alti di me, che spunto dalla neve sotto forma di un passamontagna rosso. Ora le cime degli abeti lambiscono il terzo piano, lasciando quella stradina sempre più in balia degli autunni, delle erbacce e delle mattonelle in frantumi. Chiedo come mai nessuno sistemi il giardino. “Il condominio dice che è del comune, il comune dice che è del condominio.”

Attraversiamo la strada e ci vengono incontro, ondeggianti dai muri, le facce impresentabili dei candidati: chini in avanti, appesantiti da una spessa folla di rivali in schiena, o riversi sulla corsia, che cercano ancora di ostentare un sorriso, o gli spavaldi che, con i simboli avversari che fanno capolino tra gli strappi, esibiscono la propria promiscuità.

Negli ultimi metri prima del seggio voglio sincerarmi sulle intenzioni di mio padre. Due su tre, me l’hai promesso, almeno due su tre, anche se non serve a nulla, anche se sono tutti uguali, anche se un voto l’hai già promesso al tuo medico.

Arriva il mio turno, entro, mi chiedo perché mi hanno dato una matita e non una penna, inveisco contro le dimensioni della scheda, lascio tre croci, esco.

Lo scrutatore pronuncia il mio nome, seguito dalla formula “ha votato”, e provo un certo imbarazzo a quel suono: un battito di ali di farfalla che non farà mai in tempo a scatenare una tempesta, ma rimarrà qui, sotto il piede di un pachiderma.

/ incontri / radici

l’ospite

2 giugno

Suona il citofono.

- Sssì, chi è?
- Ciao!
- Ehm, ciao… chi sei?
- Sono la frase ispirata che cercavi da un po’
- Scusa?
- Sì, quell’immagine che ti serviva per dare un senso compiuto a giorni e giorni di sensazioni sconnese: la pasta di sale che lega le tue schegge di prosa, quelle con cui adornavi il silenzio obbligato tra una fermata di metro e l’altra
- Ah, tu… Ma ti pare questa l’ora di arrivare??
- Beh, forse eri tu a non avermi cercato…
- Perchè, sentiamo, credi davvero di essere così risolutiva?
- Mmmmh no… però almeno ti preparo per chi verrà dopo di me, noh?
- E chi dovrebbe venire dopo di te?
- Forse una frase migliore… Pensa: potrebbe essere la frase capace di catturare l’illogica allegria di certe mattine, il moto delle foglie, o il suono di una rivelazione
- Ma se passassi il tempo ad aspettare che una frase migliore bussi alla mia porta, le mie giornate scorrerebbero mute di fronte ad un citofono…

Credo stia trattenendo una risatina sardonica.
Apro.

/ giorni / parole

la soluzione

24 maggio

Ultimamente mi raccontavo storie sempre più brevi.
Avevo fretta di arrivare alla soluzione, come un adolescente alle prese col sesso.

Negli episodi della mia vita, di contrappasso, la soluzione sembrava non arrivare mai. Non capivo bene il perché, finché non ho trovato la parola giusta.

La parola mi è stata suggerita una sera di marzo, mentre lasciavo l’ufficio, annoiato più che stanco. La targhetta alla quale avevo appoggiato il dito per uscire diceva “apriporta”. Non so perché, ma sentivo che questa parola aveva qualcosa da dirmi. Sulla via del ritorno ho provato ad anagrammarla, finché non ne è uscito fuori (scartando qualche lettera) “aporia“. Che vuol dire?

L’ho scoperto più tardi, rientrando a casa:

l’impossibilità di dare una risposta precisa ad un problema, poiché ci si trova di fronte a due soluzioni che per quanto opposte sembrano entrambe apparentemente valide

/ parole