la possibilità

Qui la storia è completa. È dalla scorsa estate che trascrivo le impressioni di questo turista malinconico. Tutto quello che potevo raccontare su di lui è nei messaggi scritti fino ad oggi in questo blog: non sento la necessità di aggiungere altro.
Quello che verrà dopo ancora non lo so.

La mia raccolta è stata assolutamente arbitraria – e per questo veritiera – ma non potrei aggiungere nuovi episodi senza ripetere, richiamare o ribadire ciò che ho già detto.

La sua storia è tutta – ti giuro, tutta – qui:
nei fili colorati ammassati dentro una valigia
nei morsi dati a biscotti generosi, più che buoni
nelle feste imprecise, rumorose
nella zucca rubata da una di queste feste, e sciolta in zuppa di ricordi
nelle strade disegnate a passo monotono
nella difficoltà di calcolare il peso della neve, quando ti travolge
nelle pretese degli agenti atmosferici
nelle promesse mantenute da aerei, treni e traghetti
nei concerti che, non li sentivi, ma erano lì a fare da sottofondo
nei numeri in fila, che sempre sembrano precisi, anche quando non sono esatti
nelle isole reali
e in quelle inventate, per farsi compagnia

Ci sono altre cose, tante, di cui non ti ho parlato, ma se non l’ho fatto quando era il momento, perché farlo ora? E ci sono verità che ho fatto slittare, leggermente, cambiandone le direzione, ricamandoci su.

Ma se non ci fossero segreti, e se non ci fossero bugie, dimmi, che ne sarebbe della possibilità?

/ parole

il giorno in cui

12 febbraio

Quel mattino aprirò gli occhi di soprassalto, battendo la sveglia di qualche minuto. Sciacquerò dal viso l’ultimo sogno (storie di partenze improvvise e condominii vuoti).

Metterò in una valigia tutti i fili che non si riannodano. Brandelli di gomitoli di ogni colore, raccolti con pazienza, o gettatimi addosso da chi non so. Messi assieme non farebbero un maglione, e anche se lo facessero l’effetto sarebbe ridicolo. Eppure a liberarmene non riesco.

Chiuderò la porta come un giorno qualunque, ma lascerò le chiavi nella buca delle lettere. Annuserò l’aria del mattino carica di piombo e arsenico, ma la dirò comunque densa di promesse. Porterò la valigia al mio fianco come ho fatto spesso, ma questa volta lei volerà.

Arriverò in stazione con uno strano sorriso. Mi dirigerò al binario con la calma del pilota automatico. Salirò sul mio vagone, e la mia testa affonderà nel sedile, docile come un attrezzo che rientra nella sua custodia.

Con gli occhi nel finestrino, la danza dei pali della luce inghiottiti dalla nebbia mi farà addormentare, restituendomi un po’ del riposo rubato dall’ansia della partenza.

Dormirò per qualche mese, un anno, o forse più. Poi, una mattina, riaprirò gli occhi di soprassalto, e ripeterò, con un soffio di voce, il nome del mio prossimo altrove.

/ giorni / viaggi

Le dune, i crateri e le steppe di Fuerteventura sono interrotte da caseggiati turistici. Tutti ironicamente uguali, ma disposti in file tanto regolari da non lasciare spazio ad alcuna ironia.

Non importa quanto distanti dalla propria patria, i turisti amano sentirsi a casa, e hanno punteggiato con angoli di educato, lindo e borioso occidente anche questo scoglio al largo delle coste africane.

Le gru e i cartelli for sale sono un po’ dappertutto. Terminato un lotto, ci si ritrova di nuovo, all’improvviso, nella steppa più desolata, rossastra e pietrosa, ad affrontare tutta la sua spigolosa retorica di ostilità. Un’ostilità di facciata, perché nessuno di quei sassi ti salterà mai addosso. Non so se si possa dire lo stesso dell’immagine di questi caseggiati.

Raggiunte le dune, riesco però a ritrovare l’isola. Cammino sulla sabbia e comprendo tutto il disagio della vita urbana: l’avvilimento a cui i miei piedi sono costretti dalle superfici piane, l’accidia a cui la mia mente è condannata da marciapiedi e incroci, stanze e corridoi.

Salto fra le dune, affondo, riemergo. Disegno percorsi, vario il ritmo ad ogni passo. Ogni linea è curva, in tutte e tre le dimensioni. Mi perdo, e poi fingo di perdermi. Lecco gli angoli di questo labirinto di cespugli e sabbia. Cerco impronte, indovino il passaggio di scarpe, ciabatte, zampe. Trovo sassi, persi quanto me.

/ caos / isole / viaggi

“Sempre più difficile volare”, leggevo in prima pagina. Scioperi, manifestazioni, disagi. Ma è più forte il disagio di rimanere a terra, e ho preso il mio biglietto.

Per qualche giorno volerò via. Prenderò due aerei, per guadagnare una sufficiente distanza, e poi, su due isole, galleggerò. Se non puoi – o non sai più – volare, almeno galleggia.

Sarebbe più facile volare se il mondo fosse la mia ostrica, come dice chi è in grado di trovarsi ovunque a proprio agio. Di per certo, il mondo in cui vivo ora è la mia grotta. Così mi sono apparse le guglie del duomo questo pomeriggio: perforavano orgogliosamente l’umidità dell’aria come un esercito di stalagmiti.

/ città / isole / viaggi

ci vuole un seme

13 gennaio

Per raccontarti di questo impossibile inverno, che sta cancellando ogni cosa, ci vuole il giusto pretesto, che mi faccia meritare ancora un po’ del tuo tempo e della tua pazienza.

Per trovare il giusto pretesto, forse è sufficiente quella battuta che un secondo fa, mentre parlavi, mi è passata per la testa, lasciandomi un sorriso di cui non potevi capire la ragione.

Per servirti quella battuta, dovrò farti arrivare la mia voce senza ambiguità attraverso questa stanza affollata, e farlo in fretta, prima che la battuta scappi, il discorso cambi rotta, l’inverno torni.

Per farti arrivare la mia voce, ci vogliono parole misurate e dette col giusto ritmo, accostando furtivamente le mie labbra al tuo orecchio, perché la voce non si disperda in questa nebbia di musica, odore di sigaretta e parole già dette.

Per accostarmi a te, misurando le parole, servono la lucidità e l’indifferenza che mi hanno appena abbandonato, serpeggiando dal retro delle ginocchia. Dico allora qualcosa, non ricordo cosa.

Per spiegarmi meglio, dovrei rivelarti il turbamento che provo, e lasciarlo in ostaggio alla tua comprensione.

Ma per spiegarti il turbamento che provo, la maniera che ho è una sola: devo raccontarti di questo impossibile inverno, che sembra abbia già cancellato ogni cosa.

/ incontri / parole

bianco e grigio

6 gennaio

Questa mattina mi ha svegliato il silenzio. Alla finestra, ho capito. Me l’ha spiegato Marcovaldo: “la città non c’era più, era stata sostituita da un foglio bianco”.

I fogli bianchi eccitano l’immaginazione. Oppure la mettono in profondo imbarazzo, ponendole di fronte la propria incapacità.
E io d’immaginazione, in questi giorni, proprio non ne ho. Le sagome candide e tonde parcheggiate in questa strada non si coloreranno, non prenderanno vita, non diventeranno i denti di un gigante, né le onde di un mare antartico.

C’è troppo silenzio in questi giorni. E riflesso nella finestra c’è un tronco che ha bruciato, ed ora dorme sotto una pesante coperta di neve.

/ città

Già mentre ero in treno, qualche giorno fa, avevo l’impressione di scivolare.
Il mio vagone si immergeva, senza fatica ma con crescente flemma, nelle profondità dello stivale.

Era buio quando sono arrivato, e quando, muovendo il primo passo in stazione, ho sentito che il suolo aveva la consistenza di sabbia mobile. La prima domanda di mia madre è stata “hai fame”, e da allora non me l’ha più chiesto. L’ha dato per scontato, negando l’evidenza delle mie proteste e di gesti – come la mano sullo stomaco – da tempo svuotati di significato.

Poi questa casa mi ha inghiottito, assieme alla miriade di soprammobili, quadretti, servizi da dodici, piante e decorazioni natalizie che anni di maree hanno lasciato lungo le pareti. Sembra che il suo ventre non lasci via di scampo.

È in particolare il presepe a preoccuparmi. Ogni anno mi sembra più grande. Già quand’ero piccolo dava l’idea di crescere ad un ritmo superiore al mio. Ora occupa una buona fetta del salone, disegna cime innevate (di borotalco) e biforcazioni di sentieri (di lettiera di gatto), nasconde una caverna, un corso d’acqua, una villetta (credo abusiva), ed è popolato da una piccola, ma affezionata, comunità di pastori di diversa età e provenienza, le cui differenze di scala danno una vertiginosa profondità di campo.

Verrà giorno in cui – lo so – i pastori prenderanno il potere, ci renderanno attori viventi del loro presepe, e faranno della casa in cui sono nato la polverosa scenografia di una trita rappresentazione allegorica.
Sempre che tutto ciò, a mia insaputa, non sia già accaduto da tempo.

/ cose / radici / viaggi

piano di viaggio

18 dicembre

Stasera ho tracciato la mappa dei miei prossimi mesi. Bisogna avere delle mete (o sentirsi arrivati, e subire il disprezzo di chi una meta ce l’ha ancora). Bisogna capire dove si è, perché mentre si è arrivati lì la geografia è già cambiata.

Prima i luoghi noti, i percorsi obbligati, e l’avvilente periferia dalla quale non si può non passare, qualunque sia la meta. Poi ho provato a disegnare tutte le strade che potrei percorrere, alcune marcate, altre consigliate, altre tratteggiate, come quando si indica la linea lungo cui tagliare. Ci sono anche strade che non portano a nulla, ma quanto è bello il paesaggio attorno?

Ho provato a disegnare le coste di luoghi che non ho mai visto. Inevitabilmente, mi sono venute frastagliate, perigliose, ma piene di accoglienti insenature e fiordi privati: una miriade di approdi per pochi, curiosi, audaci.

C’è solo una cosa che m’immalinconisce. Guardando il proprio mondo disteso, aperto sulla mappa, è facile dimenticare che ogni viaggio, per quanto lungo, è destinato a correre lungo una circonferenza che ci riporterà, fatalmente, al punto di partenza.

/ viaggi

la chiarezza

13 dicembre

La chiarezza arriva alla fine di una lunga giornata, quando convenzione vuole che quella giornata sia già finita da un pezzo.

Arriva dopo molti – quattro, cinque, dunque già innumerabili – bicchieri di prosecco, spritz, vinello e quindi vinaccio. Arriva dopo aver visto decine di scarpe e stivali d’ogni tipo, ogni qual volta il rumore attorno obbligasse a chinare la testa per tendere l’orecchio. Arriva dopo aver messo in imbarazzo una giapponese, e dopo aver dimenticato l’inglese per “salumi”: dopo aver bussato alle barriere culturali. Arriva dopo balli frenetici e arroganti, così milanesi, a contatto con persone che lo sembravano così poco, non fosse per quel modo sofisticato di essere trasandati. Arriva dopo fette di salame, scaglie di grana, pomodori secchi e olive, e  inaspettati tranci di cotechino, immersi nelle loro lenticchie. Arriva nel caos di una festa di amici, designer e bla bla bla.

Seduto, dopo aver ballato, parlato a voce alta, visto, bevuto, mentre cerco di far evaporare tutto, arriva la chiarezza. Salgo su un albero, mi guardo attorno, e realizzo che tutto torna, che ogni cosa sembra combaciare: la composizione dei drink, i visual astratti dietro il dj, le montature degli occhiali. Sembra un mondo perfetto, ma perverso, in cui ad essere di troppo sei solo tu, osservatore.

Questa chiarezza è forse figlia della stanchezza, ma rimarrò un po’ su quest’albero a ciondolare.

/ caos / incontri

Se guardi bene, rallenti il respiro, ti fermi ad ascoltare, fai un po’ di buio attorno, potresti accorgerti del naturale prolungamento delle cose.

Le strisce colorate di questo tappeto, ad esempio, quanto sono lunghe? Finiscono davvero sotto il divano, o attraversano il muro, irrompono dai vicini, arrivano in fondo alla via e si allargano a dismisura, colorando le corsie della circonvallazione? O disegnano il percorso delle metro, fedeli a come le si disegna sulle mappe: tagliano la città quattro volte, indicano le vie di fuga, mi fanno sapere che partendo da qui posso arrivare ovunque.

Questa canzone, sono io due settimane fa che mi faccio strada tra le persone venute al concerto, e osservo il canto sollevarsi come fumo nella luce viola, rossa, blu. Ed è la mia concentrazione di un mese fa, mentre scrivevo e ogni tanto sollevavo lo sguardo dal monitor, e salutavo la musica, muovendo la testa a tempo.

Queste scarpe nere, sono la sera di ieri, mentre rischiavo ad ogni metro di scivolare, e maledicevo le suole troppo lisce. Sono il giro che farò tra poco, a neve sciolta.
E mentre le immagino andarsene via di casa a respirare l’aria gelida di questo pomeriggio, affrettano il passo, prendono velocità, tirano dritto sull’asfalto, ignorando le macchine in arrivo. Scappano col mio pomeriggio.

/ città / cose