isola

l’isola nel cantiere

febbraio 2009

Le dune, i crateri e le steppe di Fuerteventura sono interrotte da caseggiati turistici. Tutti ironicamente uguali, ma disposti in file tanto regolari da non lasciare spazio ad alcuna ironia.

Non importa quanto distanti dalla propria patria, i turisti amano sentirsi a casa, e hanno punteggiato con angoli di educato, lindo e borioso occidente anche questo scoglio al largo delle coste africane.

Le gru e i cartelli for sale sono un po’ dappertutto. Terminato un lotto, ci si ritrova di nuovo, all’improvviso, nella steppa più desolata, rossastra e pietrosa, ad affrontare tutta la sua spigolosa retorica di ostilità. Un’ostilità di facciata, perché nessuno di quei sassi ti salterà mai addosso. Non so se si possa dire lo stesso dell’immagine di questi caseggiati.

Raggiunte le dune, riesco però a ritrovare l’isola. Cammino sulla sabbia e comprendo tutto il disagio della vita urbana: l’avvilimento a cui i miei piedi sono costretti dalle superfici piane, l’accidia a cui la mia mente è condannata da marciapiedi e incroci, stanze e corridoi.

Salto fra le dune, affondo, riemergo. Disegno percorsi, vario il ritmo ad ogni passo. Ogni linea è curva, in tutte e tre le dimensioni. Mi perdo, e poi fingo di perdermi. Lecco gli angoli di questo labirinto di cespugli e sabbia. Cerco impronte, indovino il passaggio di scarpe, ciabatte, zampe. Trovo sassi, persi quanto me.

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agosto 2009