risveglio

il giorno in cui

febbraio 2009

Quel mattino aprirò gli occhi di soprassalto, battendo la sveglia di qualche minuto. Sciacquerò dal viso l’ultimo sogno (storie di partenze improvvise e condominii vuoti).

Metterò in una valigia tutti i fili che non si riannodano. Brandelli di gomitoli di ogni colore, raccolti con pazienza, o gettatimi addosso da chi non so. Messi assieme non farebbero un maglione, e anche se lo facessero l’effetto sarebbe ridicolo. Eppure a liberarmene non riesco.

Chiuderò la porta come un giorno qualunque, ma lascerò le chiavi nella buca delle lettere. Annuserò l’aria del mattino carica di piombo e arsenico, ma la dirò comunque densa di promesse. Porterò la valigia al mio fianco come ho fatto spesso, ma questa volta lei volerà.

Arriverò in stazione con uno strano sorriso. Mi dirigerò al binario con la calma del pilota automatico. Salirò sul mio vagone, e la mia testa affonderà nel sedile, docile come un attrezzo che rientra nella sua custodia.

Con gli occhi nel finestrino, la danza dei pali della luce inghiottiti dalla nebbia mi farà addormentare, restituendomi un po’ del riposo rubato dall’ansia della partenza.

Dormirò per qualche mese, un anno, o forse più. Poi, una mattina, riaprirò gli occhi di soprassalto, e ripeterò, con un soffio di voce, il nome del mio prossimo altrove.

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novembre 2008

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gennaio 2010