fare la muta
ottobre 2010
Come tutti sanno, la nostra vita è meravigliosa, senza di noi.
Un racconto senza incertezze, scandito a voce chiara, nel quale ad ogni passaggio ci coglie la sorpresa dell’inevitabilità. Un lungo pentagramma di impressioni in controtempo: quel profumo che ci blocca, quel suono che ci fa girare di scatto, quella luce che taglia a metà.
Non quel prurito al piede sinistro, non quel continuo colare di narici, non l’inseparabile fastidio di doversi portare addosso.
Tutte cose difficili da dimenticare, se passassi con me stesso ogni istante della mia vita. Il costante ricordo di tutto ciò che è peribile, la coscienza che ogni gesto è fallibile, renderebbe inciampo ogni singolo passo.
Forse, ogni tanto, bisognerebbe abbandonare la propria vita. Lasciarla scorrere come se non ci appartenesse, per poi rivederla alla moviola – o avanti veloce, all’occorrenza – omettendo dettagli, errori e dissapori.
Sarebbe un po’ come fare la muta, guardando la propria pelle mortale brillare alla luce del sole.
Fare la muta, ma senza aspettarsi di essere nuovi o migliori – perché il serpente che cambia pelle rimane serpente – né giudicare ciò che, da attori protagonisti, non siamo nella posizione di poter giudicare.
Fare la muta, e non parlare.