l’invenzione del ritorno
novembre 2010
Mi trovo sull’isola sulla quale è nato questo diario delle possibilità.
Sono in temporaneo esilio, per un unico motivo: per inventare il mio ritorno sulla terraferma.
Potrei tornare da stoico: iniziare domani stesso a impilare canne, rami e tronchi, e farne un ponte che si allunghi fino alla costa più vicina. Di giorno in giorno la mia opera crescerebbe in linea retta, e si farebbe più lontano il punto in cui sistemare le nuove assi. Inizierei a non tornare più a riva, a vivere sempre più a lungo sul ponte, staccando i pezzi da un lato per aggiungerli all’altro. Di mese in mese la meta perderebbe senso e attrattiva, e forse farei del mio ponte palafitta.
Potrei tornare da naufrago: imbarcarmi quando il mare ha il respiro pesante, corteggiare la nuvola più scura e gravida, attendere che il cielo mi scagli addosso i suoi dadi e decida su quale spiaggia lasciarmi. Saluterei allora l’inizio di una nuova vita con quell’entusiasmo da sopravvissuto di cui spesso si sente la mancanza.
Potrei tornare da sognatore: costruire una barchetta di carta abbastanza grande, attendere una giornata abbastanza serena, farmi spazio tra le strette pieghe triangolari della chiglia e affidarmi alla sua piccola vela isoscele. Salperei in tutta fretta da una cala molto appartata, ma cercherei di arrivare in pieno giorno nel porto più affollato, perché i sogni sono così imbarazzanti quando nascono, ma così grandiosi quando si realizzano.
Oppure potrei tornare da esploratore. Prendere come tutti il traghetto, ma con la convinzione di fare il percorso inverso: da questa terra, ferma e autosufficiente, fatta di persone e cose indubitabilmente reali, verso quel mondo incomprensibile, incompleto, forse inesistente, che giace al di là del mare: un’isola sempre più piccola, in cui si sgomita per cacciare il nuovo arrivato, si piange la fine delle risorse, e si finisce sempre, fatalmente, arenati.