l’atterraggio
ottobre 2008
Esco dal concerto, superando i poliziotti in divisa (ma che ci fanno qui?).
E’ una periferia sovietica, di strade inutilmente larghe e case tutte uguali, talmente schive da non guardare fuori, disposte come sono a lisca di pesce.
Supero coppie di ragazzi troppo stretti nelle spalle, troppo rumorosi nel parlare, troppo vicini a quei personaggi da cronaca nera, da tg dell’una.
Seguo la lunga doppia fila di luci arancioni che mi porterà al tram: è la mia pista di atterraggio, ed io sono il turista appena sbarcato da un volo sbagliato.
Salgo sul tram. Dal fondo arriva solamente la voce di un tedesco, il cui sdegno si misura dal numero di “scheisse” che condiscono il suo discorso. Dall’altro capo un gruppetto di ragazzi – scientemente assortiti nei tagli di capelli e nei decenni a cui si sono ispirati nel vestire – si scatta foto, flirta, ammicca.
Prima della mia fermata sono scesi quasi tutti. Scendo anch’io, e impegno gli ultimi metri a immaginare mete più azzeccate di questa.
Arrivo davanti ad un portone, e sembra che le mie dita sappiano già tutto: scelgono la chiave giusta al primo colpo, la infilano, la girano, spingono, e già dribblano verso la chiave successiva.
Sono il turista caduto qui per caso. E questa è casa mia.