Di pietra
Non ho mai – realmente – conosciuto mio nonno. Intendo quello dei due che avrei potuto conoscere. L'altro è scomparso poco prima che io nascessi, come per passarmi il testimone. Lui invece se n'è andato che stavo per compiere sei anni.
So che si chiamava Domenico. Come mio cugino, ovviamente. Da noi si usa tramandare i nomi da nonno a nipote, come fili da rammendo, che rendano resistente all'usura dei secoli il tessuto famigliare. In paese c'è una strada che porta il suo nome. Quando ritorno da quelle parti e passo di là sorrido, ma so che in realtà è intitolata a un avo ancora più lontano, filo antico dello stesso ricamo.
So che faceva il falegname, che sapeva incidere la materia viva con strumenti affilati. Faceva finestre, infissi, ma nel tempo libero poteva anche prendere un pezzetto di legno avanzato, un coltellino, e farne sbocciare un fiore.
So che era ateo e comunista, e che quella casa, condivisa di malavoglia con la mia cattolicissima nonna, era un quotidiano terreno di scontro su visioni della vita – questa che viviamo ora e quella che immaginiamo poi – assai differenti.
So che... in realtà poco altro. Non ricordo nemmeno di esser mai riuscito a comunicare veramente con lui. Parlava esclusivamente in dialetto stretto. Io, invece, ero stato allevato all'italiano, per emanciparmi da una realtà che, per i miei genitori, un po' puzzava: di fatica, di bestiame, di isolamento. Loro volevano vivere in città, parlare la lingua della città, spezzare quella catena fatta di nomi tramandati e lavori ereditati.
Qualche anno fa mi è stata rivelata anche un'altra cosa di mio nonno. Non intagliava solo il legno, ma anche le parole: lui scriveva. Poesie, a quanto pare.
Beveva molto, mio nonno. Il vino che lui stesso aveva pigiato – quel vino d'inchiostro che tingeva il bicchiere, quel veleno che lo aveva infine ucciso – diventava carburante che infiammava le sue parole, mentre le scagliava addosso a mia nonna, intenta a sua volta in una sassaiola.
A poco servivano quegli assalti d'ariete: mia nonna era indistruttibile, un'enorme donna a forma di campana, e forse forgiata nello stesso aspro metallo. Inutile tentare di scalfire quella testa dura, protetta da un severo chignon e da un santo aggrappato a una collanina.
Esaurite le parole in gola, mio nonno batteva in ritirata al piano di sopra, scalando i gradini di pietra scavati nella roccia, in quella casa arroccata sull'ultima strada del paese, l'ultima prima di salire in cresta al monte. Chiudeva la botola delle scale, si sedeva alla scrivania, guardava dall'alto i tetti rossi e anneriti del paese suo, e scriveva. Ispirato dall'inchiostro.
Che cosa scrivesse, non lo saprò mai. Dopo la sua scomparsa, le sue pagine sono state ammucchiate dentro un sacco, e visto che non erano oggetti di valore, né avevano alcuna utilità pratica, potevano essere prese, così com'erano, e affidate al camino, rimosse dalla storia e da ogni tentativo di ricostruirne i tormenti.
In tutta onestà, non credo fossero granché le sue poesie, spesso ispirate dall’alcool e scritte in un chiuso dialetto tutto apostrofi e vocali pronunciate a bocca storta. Magari non le avrei nemmeno capite del tutto, ma ancora oggi mi chiedo: che sapore potevano avere quelle parole, figlie di un'epoca e di un luogo che mi sembrano già così lontani, sebbene familiari?
Avete presente il paese di mio nonno? Si stende tutto in verticale, aggrappato come può alla parete della montagna, e ogni cosa lì, ogni cosa è di pietra: le case, le strade, il paesaggio attorno, il cielo del suo lungo inverno, le mulattiere risalite sobbalzando in sella, i giochi improvvisati dai bambini in strada, certi zigomi, la lingua chiusa, i saluti – a voce urlata, battente, ma non per rabbia.
Il suono di quelle parole è andato per sempre in fumo, ma almeno il sapore, forse, potrei provare a immaginarlo. Le sue parole erano forse pesanti come sugna? Acidule e persistenti come il vino d'inchiostro che le ha ispirate? Scioccanti ma vive, come il formaggio coi vermi di cui lui andava ghiotto?
Fatico a immaginarle dolci, come cartellate, solleticate da rametti di rosmarino grondanti di miele, ma può anche darsi che lo fossero. Le sue parole avrebbero potuto essere persino croccanti, divertenti, appuntite, sbriciolate sulla pagina come peperoni cruschi.
Non l'ho mai veramente conosciuto, mio nonno, né conoscerò mai le sue poesie, lo scandalo che possono aver procurato, la rabbia che le ha ispirate. Ma so questo: so che se metto una metropoli al posto del suo paesello, un modesto bicchiere di rum invece del fiaschetto di vino, la tastiera di un portatile al posto di foglio e matita scheggiata, mi sento un po' come lui, armato di sole parole contro tutta l'ottusa pietra che ho attorno.