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Il bus per Flores

Il Guatemala è molto differente dal Messico. L’ho capito attraversando la frontiera.

Arrivati all’ultimo avamposto messicano, si attraversa il fiume che segna il confine tra il nord Chiapas e lo stato di Petén, e si arriva in un piccolo villaggio, occupato solamente da una scuola che in quel momento era impegnata in una rumorosissima partita a pallone.

Dopo una lunga attesa, durante la quale il ragazzo cambiavalute ti convince a cambiare i tuoi pesos ad un tasso svantaggioso, si sale sul bus che ci porterà a Flores, guidati da un tizio dagli occhi scavati e i baffoni da tricheco, aiutato da un ragazzo con grosse cuffie e cappello con visiera girata, impiegato ad aprire/chiudere la porta, e soprattutto bloccarla con un asse di legno durante il tragitto.

È un bus di ultima generazione, nato appositamente per il lungo tragitto di strada sterrata che ci aspetta: ogni singola parte di questo bus è staccata dal resto, e vibra a modo suo, adattandosi (rumorosamente) al terreno. Persino il parabrezza oscilla continuamente a destra e sinistra. La simbiosi con il suo terreno è totale, tanto che tutti i sedili sono coperti dalla stessa terra rossa che andiamo ad attraversare.

Dopo la prima ora di ginnastica lombare, durante la quale incontriamo soprattutto contadini a cavallo che trascinano un enorme machete, c’è da fermarsi all’ufficio immigrazione: un casolare in mezzo alla campagna, abitato da molti, moltissimi pulcini, tre militari in amaca, e un impiegato allo sportello con spessi occhiali da impiegato allo sportello.

Il viaggio continua in mezzo ad una vegetazione meravigliosa, giungla che ti avvolge e si dirada, colline, alberi solitari con grossi fiori gialli, e mandrie di pacifiche vacche al pascolo, ognuna affiancata dal suo airone che, vestito di bianco, la assiste come un infermiere.

Quattro ore di viaggio senza soste, se non quando l’autista tricheco si ferma a fare pipì a bordo strada, un albero cattura la sua attenzione e chiama il ragazzo con cuffie per aiutarlo a raccogliere alcuni rami carichi di foglie. Non ho idea di che pianta potesse essere, ma non mi sembrava né commestibile né decorativa.

All’arrivo a Flores, l’autista ci avvisa che tutti i bancomat in città sono rotti, e ci lascia – forse anche sorridente, sotto i baffoni – a ricevere il benvenuto dalla pioggia tropicale.

Grazie straniero, pubblicherò il tuo commento prima possibile!


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