Il bosco inventato
«Quindi è qui che abitava nonna Silvia», chiede la ragazza, ansimando ancora per la salita.
«Beh, più o meno», risponde la madre guardandosi attorno, «ci vorranno ancora 5 minuti... o almeno credo, erano anni che non venivo».
La macchina era rimasta a valle: difficile salire alla baita senza un 4x4. Pochi giorni prima, era stata dura anche per gli operatori del Pronto Soccorso, che quella sterrata avevano dovuto salirla spingendo una barella.
Perlomeno c'è ombra: fronde di castagno e roverella proteggono l'inizio del sentiero, e poi faggio, quercia e frassino si fanno fitti lungo l'erta.
«È molto bello qui», dice la ragazza.
«È bellissimo», conferma la madre, «ed è un vero peccato doverlo vendere... ma chi può stargli dietro? Quasi cento ettari, ti rendi conto? Cento. Quando mia madre è nata, erano solo due, ma lei si era incaponita: si è spaccata la schiena per riuscire a comprare i terreni confinanti. Per farne cosa, poi?».
«E pensi che qualcuno se lo vorrà comprare?»
«Mah, sicuramente qualcuno si trova. Qua attorno è tutto meleti, vigne, pascoli, questo terreno può sicuramente essere messo a reddito... alla peggio, a valle, c'è una grande segheria».
Ora il sentiero si fa più dolce, i tronchi più larghi e le cime più alte.
«Guarda, uno stegosauro!», la ragazza, ridendo, indica una fila di rocce allineate nel sottobosco.
«Sì, gli somiglia proprio», sorride la madre.
Si apre una piccola radura, appare una recinzione di cannucce e un orto ricoperto di paglia, dalla quale ancora spunta una variegata abbondanza in attesa di raccolto.
«La nonna aveva proprio il pollice verde, c'è poco da fare», commenta la ragazza.
«Sì», risponde la donna, rimanendo pensierosa.
«Era davvero una persona molto... molto particolare».
«Non mi hai mai raccontato bene cosa è successo...», chiede cauta la figlia.
«Forse nemmeno io l'ho capito bene...», risponde la madre, fermandosi davanti alla vecchia baita foderata di vite americana.
«Ero piccola quando ho dovuto lasciare questo posto», riprende la donna, «andando in paese con mio padre – il nonno – e poi in città, dove sei nata tu».
«Sì, so che si erano separati, ma perché ti hanno affidato a nonno? E non venivi mai qua da nonna?»
«Eh, te l'ho detto, lei era... strana. Non voleva spostarsi da qui per nessun motivo, era nata e cresciuta in questa casa, e qui voleva morire... E non avevo dubbi che ci sarebbe riuscita». Qualche lacrima inizia a fare capolino.
«Ma questa casa non era un posto adatto ad un bambino. Sai dov'è il bagno? Sotto quella tettoia, una tavola di legno con un buco in mezzo. Per carità, all'epoca molte case qua in zona erano così. Il vero problema era che nonna Silvia... era come se non fosse realmente con noi: parlava più con gli animali che con il nonno, faceva lunghe passeggiate tutto il giorno, portandosi sempre un sacco in spalla, si rifiutava di mangiare carne, certi giorni si nutriva solo di ciò che raccoglieva sulla via del ritorno. Potevo mai crescere anch'io a erbette di campo?»
La donna scuote la testa, mentre si avvicinano all'uscio.
«C'è una cosa, poi, che mi era rimasta impressa: la nonna mi diceva sempre che il bosco, tutto questo bosco che vedi, l'aveva fatto lei. T'immagini? Viveva in un mondo tutto suo».
Spingono la porta, cigola. La casa, rimasta chiusa qualche giorno, profuma ancora di vita.
Si guardano attorno, ma non c'è molto: qualche mobile in legno, pentolame, utensili da cucina, attrezzi arrugginiti.
«Guarda, una foto», dice la ragazza, raccogliendo una stampa ingiallita: una bambina col caschetto seduta su alcune rocce, gli occhi stretti accecati dal sole.
«Nonna Silvia», sorride la madre.
«Ma... questo non è lo "stegosauro"?», chiede la ragazza, riconoscendo quelle rocce.
«Sì, sembra proprio scattata lì... però qui è in mezzo a un pascolo: dov'erano gli alberi?». La donna gira la foto, legge: «1946... aveva 6 anni».
La stanza a fianco sembra un magazzino. Ci sono molti sacchi appesi, e un'enorme cassapanca.
La aprono. Trovano mucchi di ghiande, pigne, noci, faggiole e samare. Per ogni mucchio, due parole latine scritte su una strisciolina di carta.
Sotto al coperchio è disegnata una tabella. In alto i mesi dell'anno, in colonna ancora quei nomi latini. All'incrocio di righe e colonne si parlava di raccolti, semine e altre operazioni.
«Beh», conclude la donna, «tua nonna, sì, aveva decisamente il pollice verde».
Girano ancora per le poche stanze, in cerca di qualsiasi altro indizio rivelasse i segreti di nonna Silvia. Ma non trovano granché: solo i segni di una vita essenziale. Una vita che sembrava dedicata a prendersi cura di una cassapanca.
«Mamma! Vieni!», dice a voce bassa ma eccitata la ragazza. Aveva scostato una tendina, e sgranato gli occhi.
Si affaccia anche la madre, rimanendo anche lei di sasso. Là fuori si erano raccolti caprioli, martore, tassi, cinghiali. La presenza di due volpi non turba affatto una famigliola di lepri. Qualche ghiro va annusando gli zoccoli dei daini, mentre ghiandaie e picchi neri si poggiano sulle loro corna. Ultimo arriva un ermellino, subito ritto sulle zampe posteriori. Guardano la baita, in attesa. Come raccolti in preghiera.