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L’isola nel cantiere

Le dune, i crateri e le steppe di Fuerteventura sono interrotte da caseggiati turistici. Tutti ironicamente uguali, ma disposti in file tanto serrate da non lasciare alcuno spazio all’ironia.

Non importa quanto distanti dalla propria patria, i turisti amano sentirsi a casa, e hanno punteggiato con angoli di educato, lindo e borioso occidente anche questo scoglio al largo delle coste africane.

Le gru e i cartelli for sale sono un po’ dappertutto. Terminato un lotto, ci si ritrova di nuovo, all’improvviso, nella steppa più desolata, rossastra e pietrosa, ad affrontare la sua spigolosa retorica di ostilità.

Raggiunte le dune, però, riesco a ritrovare l’isola. Cammino sulla sabbia e comprendo tutto il disagio della vita urbana: l’avvilimento a cui i miei piedi sono costretti dalle superfici piane, l’accidia alla quale la mia mente è condannata da marciapiedi e incroci, stanze e corridoi regolari.

Salto fra le dune, affondo, riemergo. Disegno percorsi, vario il ritmo ad ogni passo. Ogni linea è curva, in tutte e tre le dimensioni. Mi perdo, e poi fingo di perdermi, in questo labirinto di cespugli e sabbia. Cerco impronte, indovino il passaggio di scarpe, ciabatte, zampe. Trovo sassi, persi quanto me.

Grazie straniero, pubblicherò il tuo commento prima possibile!


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